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Yuri Tartari e Giancarlo Cioffi

Yuri Tartari e Giancarlo Cioffi

Nel giorno del suo compleanno pubblico un omaggio tributato dallo scrittore Giovanni Melandrone al Serg. Arch. Giancarlo Cioffi, cavaliere di Savoia durante l’epica giornata di Isbuscenskij.

Il Serg. Cioffi, amico carissimo, è presidente della Sezione di Milano dell’Associazione Nazionale Arma di Cavalleria ed ha sempre testimoniato con ineasauribile passione e viva riconoscenza l’operato delle Batterie a Cavallo aggregate a Savoia e Novara nel Raggruppamento Truppe a Cavallo nel ciclo d’operazioni 1941-42 sul Fronte russo.

Lettera d’amore

 di Giovanni Melandrone

Adesso che questa mia nipote prediletta, terminati gli studi, si sentiva già giornalista, le  ho aperto come desiderava da tempo, quel cassetto pieno di ricordi. Sarebbe piaciuto anche a me  far rivivere quelle memorie. Sotto gli occhi interessati della ragazza,  apparivano ora oggetti e  documenti del mio passato, della mia gioventù. Erano molti i ricordi di guerra: la sciabola cosacca, le mostrine del ”Savoia Cavalleria”,  cartoline  e foto, tutte ben catalogate con una piccola etichetta esplicativa. La curiosità della nipote  fu subito attratta,  da una busta  macchiata e un fiore secco, legati assieme da un elastico  e archiviata con l’etichetta “Lettera d’Amore”.

Sorpresa, quasi  eccitata, mi guardava  interrogativa.

E’ la più bella lettera d’amore che abbia mai letto!

Risposi d’impeto.

Ma è di un uomo!

Esclamò la ragazza leggendo il nome sulla busta

Chi è questo Rolando?

Un giovane come me. A quel tempo un soldato, come me. Della mia stessa leva. Della mia terra.  Ho taciuto che fosse  un “senza famiglia”, che non sapesse né leggere né scrivere. Un bastardino come tanti cresciuto lassù nei boschi di Garbaoli, a fare il servitore, fra gli animali, a seccar castagne senza contatti umani, senza sapere  una parola d’italiano.

Sentire il dialetto del tuo paesello, Pùit, (Ponti)  là in riva al fiume Bormida, quando ci stai lontano,  fa sempre un certo effetto. Sentirlo cantare in quella steppa russa in riva al fiume Don, lontana mille e mille chilometri, anche l’effetto era mille e mille volte più grande.

La canzone: ”…suona …suona  violino, suona sulla corda fine…”  la conoscevo bene; al tempo del carnevale  di notte a cantar “Le Uova”.  Laggiù, in quella landa desolata, spalle appoggiate a  una betulla e naso in aria a indovinare se gli uccelli in volo fossero uguali a quelli dei boschi di Garbaoli, Rolando la cantava con malinconica nostalgia.  La sorpresa e la meraviglia nel trovare quel compaesano, il dispiacere di vederlo così escluso e la voglia di dargli una mano, mi convinsero a prenderlo con me, come “attendente”.

Dopo tre giorni mi ero già  pentito.  Il fatto di non saper scrivere né leggere, nemmeno l’ora sull’orologio, non mi era di alcun aiuto, anzi!. Così un giorno, già di cattivo umore  per il sempre peggiore volgere della guerra,  finii per rimproverarlo. Eravamo soldati, che diamine!  Tra l’altro non poteva continuare a parlarmi in dialetto e darmi del ”tu”. Doveva stare sull’attenti,  chiamarmi “Signor Tenente”, come da regolamento. C’era…però… anche  un motivo nascosto.

Non mi andava giù che “Brasco” il mio cavallo (gli avevo dato il nome del retano impetuoso che dal castello di Ponti, scende alla Bormida), si fosse  così affezionato a lui, che aveva il compito di accudirlo. Sembravano giocare assieme  quando, col muso, cercava  la carruba nella tasca di Rolando e lui a parlargli,  come se comprendesse.

Adesso eravamo lì, uno di fronte all’altro. Gli parlavo severo. Rolando mi guardava smarrito, nei suoi occhi affiorava un trascorso di  umiliazioni subite, soprusi sofferti.  Appariva così indifeso,  che ho finito per provarne quasi un rimorso.   Lui,  con tono di devozione, ripeteva la sua voglia di rimanere ai miei comandi, di chiamarmi come si doveva e nell’affanno di volermelo dimostrare, quel reverenziale “signor tenente” memorizzato in dialetto,  si tradusse in: “sciur-timènt” che, in lingua monferrina è una esclamazione vivace ed impertinente. Al sentirla così all’improvviso, scoppiai in una irresistibile risata  che coinvolse anche Rolando il quale, pur senza comprenderne il motivo, era felice di quella conclusione. Così rimase “Attendente”. Le sue lacune le avrei colmate io. Da quel momento,  mi chiamò sempre: “Sciurtimènt”, ma con un tono di rispetto, un riguardo, quasi una gratitudine  ed io, a quel nomignolo, così esclusivo ho finito per affezionarmi, tanto da pregustare, al suo arrivo, il piacere di sentirmi chiamare con quell’epiteto.

Forse,   gli occhi sognanti di mia nipote, adesso, immaginavano…  Rolando come l’omonimo paladino della tavola rotonda. Così, con tipica curiosità femminile,  mi chiese a bruciapelo:

– Zio, era bello?                                 

Risposi:

– Se è vero che l’abito non fa il monaco la divisa invece sì!

E quel giovane  in divisa, inquadrato dal finestrino della tradotta,  era apparso alla bionda ragazza che lo salutava alla stazione di Trieste, tanto bello quanto il Principe di Piemonte delle foto sui giornali. Gli aveva anche lanciato un fiore, che Rolando aveva afferrato al volo e scambiato uno sguardo che non avrebbe più dimenticato.

Con sensibile intuizione,  la nipote aveva subito capito  trattarsi  del fiore  ormai rinsecchito posato su quella busta che adesso aveva fra le mani e mi interrogava con lo sguardo.   E poi?…e come?…e perché?

Era andata così. Il furiere, nel restituire al mio attendente la busta con  la nota  della lavanderia, ridendo, aveva aggiunto per scherzo:

– Toh!… prendi… ti ha scritto la morosa!

Prendersi amabilmente in giro era per i “bocia” un modo di volersi bene. Era già successo. Quando  capitava a tiro e  gli chiedevano,  se avesse la morosa, c’era sempre chi anticipava  un:

Noo! … lui ha la pecora!!

E tutti a ridere. Se poi serio rispondeva con la sua ingenuità:

– Me  j’ ho la mula! 

Con in mente la bella ragazza (la bella mula) della stazione di Trieste, le risate  diventavano ancora più sonore e ammiccanti.

Quante volte alla distribuzione della posta aveva atteso e sperato di sentirsi chiamare, di veder consegnare anche a lui la lettera tanto attesa.

Era passato da poco ”San Lorenzo” e in quella notte aveva espresso con tanto fervore a quella stella cadente il suo desiderio, da sentirsi esaudito.

Ti ha scritto…” glielo aveva detto il furiere. Tanto bastava. Quello contava!.

Il resto: indirizzo, timbri, francobolli,  erano del tutto irrilevanti. Non li aveva mai visti ne conosciuti.  Quella! “era” la lettera attesa. Doveva esserlo! L’aveva tanto attesa, desiderata, pensata, sognata, immaginata, fantasticata!

isbuscenskij

Oggi è la mattina del 23 Agosto1942.  Qui al campo di Isbuscenskij c’è grande preoccupazione. Il Nemico aveva sfondato il fronte. Siamo tutti in stato di “all’erta”. Nel servirmi la colazione Rolando trova il modo di mostrarmi la lettera. Sottovoce, come in segreto,  sorridendo mi sussurra:

– Mi ha scritto! 

Mi accorgo subito, che è soltanto la lista del bucato. Ma Rolando ha ormai la felicità negli occhi. Forse vuole farsela leggere. Io col capo faccio segno che non è il momento.  Siamo  in attesa del segnale di “allarme”.

Rolando, con gesto lieve,  posa nella busta piegata,  il fiore appassito assieme all’immagine della Madonna del Todocco  e le pone, con delicatezza, in seno.

Il mio squadrone è già in sella. C’è un alone  irreale intorno, come essere fuori dal tempo. Io ed i miei  compagni: appena prima, una colazione servita in guanti bianchi e tèiere d’argento; ora sciabole alla mano,  pronti alla battaglia.  Schierati come cavalieri da leggenda  sui loro destrieri. Al grido di guerra : Avantiii!… All’assalto!…Caricaaaat!!!!!

A vincere, all’arma bianca, contro le micidiali raffiche di quelle postazioni nemiche.

La battaglia di Isbuscenskij, è vinta, le sciabole riposte nel fodero,  ma che cimitero di caduti, intorno!

Brasco ed io sfiniti, laceri,  feriti, se pur lievi, tornati all’ accampamento, cerchiamo Rolando. Non c’è.  Lui non è tornato. Affranto, sgomento, un braccio attorno al collo di Brasco, carezzo quel muso ansimante che tante volte aveva cercato la carruba nelle tasche del suo scudiero. Nel mioguardo fiso ai suoi occhi c’è un imperativo.  Ordine e preghiera assieme:

– Cercalo Brasco. Trovalo!

– Dio t’insegni come. Aggiunse, trepida, la mia giovane nipote  ripetendo la frase della poesia  “La cavallina storna” del Pascoli.

Quante volte su e giù per quella collina.  Cercarlo e non trovarlo. E ancora  e ancora fino allo stremo delle forze, fino a quando senti che non ce la fai più, quando anche il cavallo si è fermato, quando ti trovi a guardare lassù sopra le nuvole, là dove si può l’impossibile, con una muta invocazione e poi abbassare lo sguardo a terra e vedere il muso di Brasco sfiorare lieve come una carezza la divisa di Rolando!  Eh… Eh!… allora!   Bisogna esserci stati per…

La nipote sente che sto per commuovermi, mi rammenta:

– Eh!…allora.  Il Manzoni,  si convertì  così. 

L’avevamo trovato, tra gli steli dei girasoli che le raffiche dei mitra avevano troncato, come la sua giovane vita. Compresi subito che non c’era speranza. Adesso Rolando mi guardava come a chiedere qualcosa. Respirava a fatica. Premeva la mano sul petto ed io l’aiutai  a slacciare il  giubbotto per dargli un po’ di sollievo. Adesso la sua mano , dalla divisa sbottonata, aveva estratto “quella” busta. Quella lettera  col fiore appassito.

La sua voce ormai flebile a chiedere:

– Leggimela!

Un groppo in gola me lo impedisce.  Al mio indugio, ripete come a correggersi:

– Lezimla, sciurtimènt!

Ed io da quel foglietto, là dove era scritto “due federe e un lenzuolo”, ho letto le più belle parole d’amore, le più dolci e tenere, le più inebrianti  che mai siano state scritte. Sorrideva Rolando, le labbra appena schiuse e lo sguardo al cielo che si specchiava nell’innocenza dei suoi occhi; ed io, con  la lista del bucato in mano, a continuare, a raccontare di appassionate confidenze,… le delizie dell’intimità… quando: ”ti voglio beneè sussurrato… piano…al buio… col capo posato sullo stesso cuscino.

La nipote  commossa aggiunse:

– Sì, Zio, la voglio scrivere questa storia. Voglio dire come hai voluto riempire quegli ultimi istanti  di immagini di felicità.

Dirò anche di quel fiore appassito, come un candido bouquet da offrire a…lei quando in attesa sul sagrato l’avrebbe vista giungere vestita di bianco…!

Giovanni  Melandrone

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Testi  teatrali.

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