Il Col. Antonio Villani

Il Col. Antonio Villani

E’ con immenso onore e orgoglio che pubblico il memoriale del Col. Antonio Villani, ultimo comandante del Reggimento Artiglieria Celere “Principe Amedeo duca d’Aosta” (3°), fattomi pervenire dal figlio, Dr. Franco Villani.

Il Col. Villani, nel suo memoriale, offre una dettagliata descrizione dell’attività  del Reggimento nel periodo più tragico del ciclo operativo in Africa Settentrionale culminato nella battaglia di El Alamein.

Fra l’altro, il Dr. Villani conserva l’unico documento salvato da quei giorni: un foglietto di carta che il comandante di uno dei Gruppi del 3° Celere ha inviato, tramite un porta-ordini, al padre durante l’infuriare della battaglia.

Qui è ormai tutto distrutto, i pezzi inservibili, gran parte degli artiglieri deceduti”.

Il biglietto è stato rinvenuto nella tasca della giacca dell’uniforme che il Col. Villani indossava quando è stato ferito e poi trasportato sulla nave ospedale, quindi ricoverato all’Ospedale militare del Celio a Roma, dove è giunse in gravissime condizioni per un’incipiente setticemia e per le lesioni riportate.

Memoriale del Colonnello Antonio Villani

Il mattino del 2 agosto 1942, con un Savoia – Marchetti 81, spicca il volo da Lecce verso quella che era allora la nostra quarta sponda. Quel Savoia – Marchetti faceva parte di un convoglio aereo, costituito di una ventina di apparecchi da trasporto, tutti carichi di militari destinati in Africa settentrionale, e scortato da alcuni caccia.
Da vari mesi il trasporto del personale destinato in A.S. veniva effettuato esclusivamente con aerei, perché le vie del mare erano assai malsicure: i sottomarini nemici ci avevano procurato dolorose perdite di uomini, le quali avevano avuto effetto deleterio sul morale delle truppe e della popolazione civile, e seguitavano a procurarci ingenti perdite di materiale.
Dopo tre ore di volo, compiuto alla quota media di 2000 metri, in una atmosfera calma e sopra un mare azzurro, vedemmo profilarsi l’alta rocciosa costa cirenaica. Giunti all’aeroporto di Dema, sito sull’altopiano, ci portammo con un autocarro sulla riva del mare, dove sorge la nuova Dema, costruita dagli italiani. Questa era in gran parte distrutta per le vicende belliche delle quali era stata teatro; quasi intatta era invece la vecchia Dema, distante dalla costa un paio di chilometri ed abitata esclusivamente da arabi.
A Dema soggiomai il 2 e il 3 agosto, in attesa di assegnazione. Nel pomeriggio del 3 mi fu comunicato del Comando di Tappa che ero destinato ad assumere il comando del 1° Artiglieria motorizzato, il quale faceva parte della Divisione motorizzata “Trieste”, inquadrata nel 20° Corpo d’Armata di manovra. Volentieri accolsi tale destinazione, perché nel 20° Artiglieria avevo già prestato servizio, col grado di Tenente, dal 1922 al 1925, e perché la sede normale di quel reggimento era Piacenza, città natale di mia moglie e dei miei figli.
Il mattino del 4 agosto, preso posto con altri Ufficiali sopra un autocarro, che il Comando di Tappa aveva messo a nostra disposizione, ci dirigemmo per la Via Balbia alla volta di Tobruch.
La Via Balbia, che prendeva il nome da Italo Balbo, il quale l’avevä fatta costruire negli anni in cui aveva tenuto il governo della Libia, era l’unica strada a fondo naturale ed asfaltata, che permettesse di portarsi con comuni automezzi dal confine tunisino al confine egiziano.
Essa era stata costituta a scopo essenzialmente militare Quando la percorsi per la prima volta, presentava tracce frequenti di spezzonamenti aerei e ai suoi lati si ammucchiavano carcasse di autocarri e di carri armati Dalla continua ventilazione si intuiva che il mare non doveva essere lontano; ma il nero nastro stradale si svolgeva rettilineo innanzi a noi a perdita d’occhio, in un paesaggio sempre uguale: un’interminabile, allucinante distesa giallastra, sabbiosa o sassosa, con rarissimi cespugli arsi dal sole.
Giungemmo a Tobruch verso mezzogiorno. La città era un ammasso informe di macerie, legname, filo di ferro, spranghe contorte, con numerose buche e cumuli, scavati a scopo di protezione dai bombardamenti aerei e navali, che seguitavano a tormentare quella località, e con qualche: baracca, rafforzata con tavole di preesistenti costruzioni. In una baracca, adibita a posto di ristoro per gli Ufficiali di passaggio, facemmo colazione, consumando viveri di provenienza inglese, rinvenuti sul posto in ingenti quantitativi, dopo la resa della guarnigione nemica che per oltre un anno aveva presidiata quella piazzaforte.
Alle 13.00 ci rimettemmo in viaggio. Giungemmo a Bardia. Dopo un paio di ore oltrepassammo il confine egiziano e, terminata la Balbia, ci inoltrammo su Lina pista sabbiosa, lunga Lina quarantina di chilometri; poi imboccammo la strada costiera, che conduce ad Alessandria.
In località Bug-Bug scorgemmo in lontananza. su uno dei margini della strada, un grup0 di cinque individui in uniforme kaki, ma senza armi e con le mani in alto in senso di resa. Discesi dall’autocarro e tenendo le pistole puntate contro di loro, li avvicinammo, li perquisimmo e brevemente li interrogammo. Ci dissero che erano australiani, l’equipaggio di un aereo, atterrato nel deserto per un incidente di volo; dopo l’atterraggio essi avevano cercato di raggiungere le linee inglesi; ma rimasti privi di viveri e di acqua, si erano decisi a dirigersi verso la costa, per darsi prigionieri. Li facemmo salire sopra un autocarro e quando fummo giunti a Maisa Matruch, li consegnammo a quel Comando di Tappa.
Maisa Matruch era cinta di reticolati per una decina di chilometri di profondità, e i varchi che consentivano di raggiungere l’abitato erano un vero labirinto, dai quali soltanto chi fosse stato assai pratico riusciva a districarsi, senza incappare in qualche mina. Gli inglesi avevano abbandonato quel campo trincerato, senza neanche tentare la difesa. Dall’abitato erano rimaste in piedi soltanto la moschea e qualche casetta; le altre abitazioni erano distrutte o gravemente danneggiate. All’inizio della guerra vi faceva capo la linea ferroviaria, a scartamento ridotto, per Alessandria; ma dopo la seconda occupazione della Cirenaica da parte degli inglesi, questi avevano prolungato la linea ferroviaria sino a Sidi Barrani.
Anche a Marsa Matruch subimmo durante la notte un paio di incursioni aeree..Da Marsa Matruch partimmo l’indomani, il 6 d’agosto. ore 14.00 e sul far della notte giungemmo ad El Habt, base del 20° Corpo d’Armata. Là pernottai ed il mattino del 7 mi presentai al Comando del Corpo d’Armata.
Prima di proseguire nella narrazione di questi miei ricordi, conviene che dia un cenno sulle forze che avevamo in Libia all’inizio della guerra e sulle vicende della guerra, in quello scacchiere dal giugno del 1940 al luglio del 1942. Le notizie sulle forze che avevamo in Libia all’inizio della guerra sono state desunte dal volume del Gen. Roatta: “Otto milioni di baionette”.
A1l’inizio del la guerra noi disponevano in Libia di quattordici Divisioni – 9 di fanteria, 3 della milizia, 2 libiche (di colore) – e di alcuni reparti di carri L3. ai quali, nell’estate del 1940 si aggiunsero i due battaglioni di carri MCII, che costituivano a quell’epoca tutto quanto l’Italia possedeva in fatto di carri medi.
Le 9 Divisioni di fanteria avevano costituzione ed armamento presso a poco uguali a quelli delle Divisioni “autotrasportabili” metropolitane, ma a differenza di questa non possedevano quadrupedi. Per spostarsi, esse avrebbero dovuto ricevere di volta in volta dai Comandi superiori le autocolonne occorrenti: ma essendo queste in numero assolutamente insufficiente, ne derivava che le Divisioni potevano muovere soltanto a piccoli botti, con automezzi che dovevano far servizio a spoletta.
Questo sistema, perö, richiedeva molto tempo quando si dovevano percorrere grandi distanze; perciò di solido alcune Divisioni o forti aliquote di ciascuna di esse eranö costrette a marciare a piedi e non disponendo di quadrupedi né di automezzi adatti a muovere nel deserto esse dovevano trainare a braccia o a trasportare a spalla i materiali pesanti della fanteria ed i rifornimenti – cosa penosissima in quei terreni – e non potevano combattere che a portata immediata delle rotabili o delle piste camionabili.
Le 3 Divisioni della milizia, comprendevano ognuna 3 Legioni di “Camice Nere”, nonché artiglieria, genio e servizi dell’esercito; erano comandate da Generali pure dell’esercito, ed avevano costituzione ed attrezzamento come quelli delle Divisioni di fanteria, con qualche cosa in meno. Le 2 Divisioni libiche erano piccole Divisioni indigene, con quadri naturalmente nazionali, ancora meno modemamente attrezzati delle analoghe Grandi Unitå italiane.
Le truppe britanniche della frontiera cirenaica e dell’Egitto, pure essendo, all’ora, relativamente poco numerose e non molto ricche in carri armati, erano tutte motorizzate e provviste di veicoli adatti ai percorsi fuori strada.
Come é foto, il 13 settembre del ’40 il Maresciallo d’Italia Rodolfo Graziani attaccö le truppe inglesi schierate al confine egiziano e, muovendo a cavallo della pista costiera, occupö il 15 Sidi Barrani. Ma non disponendo di automezzi adatti al deserto e quindi non potendo far affluire i rifornimenti alle truppe, fu costretto ad arrestare l’avanzata e far iniziare subito la costruzione di una strada e di un acquedotto dal confine a Sidi Barrani.
Frattanto le truppe inglesi dell’Egitto venivano notevolmente rafforzate e addestrate. Passati alla controffensiva, il 9 dicembre esse irruppero con masse corazzate sui nostri capisaldi avanzati e nella stessa prima giomata di battaglia travolsero le nostre Divisioni di prima schiera. Spintesi poi al confine egiziano, il giorno 13 lo oltrepassarono, dopo aver duramente combattuto contro le nostre truppe, asserragliatesi nel quadrilatero Halfaia – Sidi Omar – Capuzzo – Sollum. Investita, quindi, la piazza di Bardia, dove si erano ritirate le truppe del Gen. Bergonzoli (chiamato dai suoi dipendenti “barba elettrica”), proseguirono l’avanzata in direzione di Tobruch.
Bardia, benché sottoposta a massacranti bombardamenti aerei, navali e terrestri, tenne duro 23 giorni e soltanto il 5 gennaio del ’41 cessö la resistenza, sommersa dalla preponderanza avversaria. Allora la gran maggioranza delle forze inglesi fu destinata all’ assedio della piazzaforte di Tobruch, la quale dopo aver resistito 19 giorni ai violentissimi quotidiani bombardamenti, fä espugnata dal nemico il 24 gennaio.
Spostatasi la battaglia ad occidente di Tobruch, il 30 gennaio fu evacuata Dema, il 6 febbraio Bengasi e a metà febbraio gli elementi avanzati britannici raggiunsero Arae Philenorurn; mentre la nostra retroguardia – costituita dall’ardita ma minuscola “Colonna S. Maria” e da 7 batterie – era in posizione, a cavallo della via Balbia, all’altezza di Sirte. II 19 marzo venne sopraffatto il nostro presidio dell’oasi di Cufra; il 20 marzo quello dell’oasi di Giarabub e cosi tutta la regione cirenaica, gran parte della Sirtica e il deserto retrostante passarono nelle mani del nemico.
Oltre l’abbandono di quei territori la prima offensiva inglese ci costö la distruzione quasi completa dell’Armata della Libia (la Decima), nonché la perdita di bravi Generali quali Tellera, Comandante 1’Armata, gravemente ferito e poi morto in prigionia; Maletti, caduto alla testa dei battaglioni libici; Bergonzoli e Pitassi, fatti prigionieri.
Nei primi combattimenti cadde anche un mio carissimo amico, il Col. Ermenegildo Farfaneti, Comandante il reggimento di artiglieria della Divisione “XXIII Marzo”. Egli mentre le masse corazzate nemiche stavano per travolgere i suoi gruppi, si era portato sulla linea dei pezzi di una batteria e puntato un cannone contro i carri irrompenti, aveva fatto fuoco a zero, finché era rimasto colpito a morte dai carri stessi. Per il suo eroico comportamento gli fu conferita la Medaglia d’Oro al Valor Militare. Era Ufficiale profondamente ligio al dovere e schivo di onori, ed era esemplare padre di famiglia.
Il Maresciallo Graziani, ritomato in Italia per motivi di famiglia fu sostituito nel corso delle operazioni dal Generale Italo Gariboldi. Questi non disponendo che delle truppe rimaste in Tripolitania, era orientato a sistemare la difesa sulla linea Garian – Tarhuna – Cussabat – Homs; ma sbarcato il 13 febbraio a Tripoli il Generale Rommel col primo contingente dell’ Afrika Corps (un gruppo esplorante, un gruppo di cacciatori carri e qualche reparto ausiliare: complessivamente 1200 uomini e 700 fra auto e automezzi), fu deciso di portare la difesa sulle posizioni più avanzate ancora da noi tenute, cioè a Sirte. Giunti poi notevoli rinforzi italiani e germanici (tra 1 quali la Divisione motorizzata “Trento” e la corazzata “Ariete”), alla fine di marzo fä iniziata dalle truppe italo – germaniche l’azione offensiva per la riconquista della Cirenaica.
11 26 marzo fu rioccupata El Algheila, il 3 aprile Bengasi, 1,8 Dema, ove fu catturato il Generale inglese Neame, Comandante di Armata, il 12 fu investita la piazzaforte di Tobruch, il 14 furono raggiunti i confini orientali della Cirenaica e fu rioccupata Sollum; e qui il fronte nuovamente si stabilizzö. La nostra azione offensiva aveva avuto pieno successo, perché la comparsa sul campo di battaglia delle sceltissime formazioni corazzate tedesche aveva sorpreso il nemico.
In autunno gli inglesi ripresero 1′ iniziativa delle operazioni e ci strapparono per la seconda volta la Cirenaica sino a Bengasi.
Ma nel maggio del ’42 le forze dell’Asse riconquistarono la Cirenaica – e questa volta al completo, cioè compresa Tobruch – poi avanzarono nel territorio egiziano e, occuparono rapidamente la piazza di Marsa Matruch, ritenuta fino all’ ora un osso assai duro, raggiunsero nel mese di luglio la stretta di El Alamein, dove furono arrestate dall’ 8 a Armata inglese, accorsa in fretta dalla Palestina.
La stretta di El Alamein å quel tratto del deserto egiziano largo una sessantina di chilometri, che å compreso tra il mare Mediterraneo, all’altezza di El Alarnein, ed il margine settentrionale della depressione del Qattara.
Questa depressione, che si protende in direzione sud-sud ovest per circa 250 chilometri e raggiunge la larghezza mas sima di 120 chilometri, si sprofonda sotto il livello del mare fino a 120 metri ed é in parte circondata di alture, elevantesi fino a 220 metri sul livello marino. Perciò chi guardi dalla sommità di quelle alture, vede sotto di se un’immensa bolgia profonda circa300 metri, paludosa perché già sede di lago salato, e deserta perché le esalazioni mefitiche che emana, la rendono quasi ovunque intransitabile agli uomini e alle bestie, il terreno della stretta pub essere schematicamente ripartito in 3 zone: a nord una fascia costiera, larga una decina di chilometri e costituita di piccole dune sabbiose: al centro una zona piatta, larga una ventina di chilometri e costituita di ciottolame fra misto a rocce disgregate (Sefir); a sud una zona collinosa, larga una trentina di chilometri e alta dai 100 ai 200 metri, costituita di pianori (Deir) con ripide scarpate, che talvolta sono vere e proprie muraglie, e di piramidi (Gebel) scoscese e dirute, cosi ridotte dall’azione eleolitica. La fascia costiera é disseminata di grossi e verdi cespugli, e percorsa dalla strada e dalla ferrovia, alle quali ho già dianzi accennato, e presenta quä e là rudimentali costruzioni in muratura. Nella zona centrale nulla interrompe la desolata uniformità del deserto; essa é percorsa soltanto da piste sabbiose e dalla palificazione di una linea telegrafica, collegante il minareto di Sidi abd el Rahman (sulla costa) con ……
Questa palificazione corre lungo una pista, che le nostre carte topografiche designavano col nome di Pista Ariete e che da noi veniva comunemente chiamata Pista Rossa, per il colore con cui era segnata su alcune dette carte topografiche. La zona collinosa anch’essa cosparsa
di cespugli, ma più radi che nella fascia costiera, e di colore ferrigno, come é di solito la steppa del deserto. Le accidentalità del terreno rendono questa zona meno monotona di quella centrale, ma anche meno accogliente, perché in chi la percorre accentuano il senso del-1, isolamento.
La stretta di Alamein dista soltanto un centinaio di chilometri dal delta del Nilo, ove erano le basi di rifornimento delle truppe inglesi schierate nella stretta; mentre dista più di cinquecento chilometri dalla Cirenaica, ov’erano le nostre basi di rifornimento meno lontane.
Al mare e alla depressione del Qattara poggiavano dunque le ali i due eserciti nell’agosto del ’42.
Le truppe italiane erano raggruppate in due Corpi d’Armata: a destra, sulla zona collinosa, il 20°. Esse, perö, s’intervallavano – di solito, a blocchi di battaglione – con unitä germaniche.
La difesa passiva del terreno era costituita dai campi minati (ampie zone disseminate di mine opportunamente occultate). 1 campi minati avevano per lo più forma di quadrato con i lati della lunghezza di circa tre chilometri e si succedevano da nord a sud ad intervallo di circa mezzo chilometro l’uno dall’altro; ogni campo minato era perö collegato anteriormente, ciò dalla parte del nemico, ai due campi minati contigui, mediante fasce minate, profonde circa mezzo chilometro. In ogni campo minato esistevano corridoi orientati verso il nemico e liberi da mine, larghi quattro o cinque metri (varchi).
La difesa attiva era affidata a truppe schierate lungo tutti e quattro i lati del quadrato. Quelle schierate lungo il lato est avevano il compito di difendere i varchi ed evitare che il nemico manomettesse il campo minato; quelle schierate lungo gli altri tre lati avevano il compito di battere col loro fuoco concentrico il nemico, che fosse riuscito a penetrare nel campo minato.
Volendo estendere a questa organizzazione difensiva la terminologia adottata dalla nostra regolamentazione tattica di anteguerra, si potrebbe chiamare fascia di osservazione il terreno nel quale erano schierate le truppe incaricate della difesa dei varchi, linea di resistenza quella lungo la quale erano schierate le truppe incaricate della difesa del campo minato.
Quando giunsi in A.S. tutte le truppe, italiane e germaniche, che erano ad est del con-fine cirenaico, dipendevano dal Gen. Rommel; quelle dislocate ad ovest del confine cirenaico dipendevano dal Gen. Ettore Bastico, Comandante superiore dell’A.S., Comandante superiore dell’artiglieria italiana era il Gen. Manca.
Il 20° Corpo d’Armata, al quale ero destinato, era formato dalle Divisioni corazzate “Ariete” e “Littorio” e dalla Divisione motorizzata “Trieste”; si denominava anche Corpo d’Armata di manovra. 112 V Corpo d’Armata non disponeva, in proprio, di unitå corazzate.
Comandante del 20° Corpo d’Armata era il Gen. De Stefanis. Questi, nel mese di luglio era succeduto al Gen. Baldassarre, il quale insieme al suo Comandante di artiglieria, Gen. Piacenza, era rimasto vittima di bombardamento aereo. Baldassarre, prima di morire, aveva proposto a Rommel come proprio successore il De Stefanis, allora Comandante dell’”Ariete”, preferendolo al Gen. Bitossi, Comandante la “Littorio”, che era pii anziano di De Stefanis; e Rommel aveva accolto la proposta di Baldassarre.
Comandante l’Artiglieria del 20° Corpo d’Armata era il Gen. Michelangelo Niccolini, che avevo conosciuto Ten. Col., nel 1927, al 4° Reggimento artiglieria pesante: Ufficiale dotato di spiccata capacità professionale e di eccezionale capacità di lavoro intellettuale e fisico, vaporoso e sempre assistito dalla fortuna, assai stimato da tutti, anche dai Tedeschi. Egli,quando mi seppe destinato al 200 Corpo d’Armata, esaminata la situazione dei reggimenti di artiglieria dipendenti, d’accordo col Comandante del Corpo d’Armata propose al Comando di artiglieria dell’A.S. e ottenne, che mi venisse affidato il Comando del 30 Artiglieria celere, invece del 210 Artiglieria motorizzata, perché quest’ ultimo reggimento rimasto privo del Comandante titolare che era morto nel mese di luglio, per scoppio di mina, era affidato ad un provetto ed abile Ufficiale superiore, il Ten. Col. Perrone, mentre il 3° Artiglieria celere era in mano non sicura.
Cosi, il 12 agosto assunsi il Comando del 3° Celere, che faceva parte della Divisione “Littorio”.
Nel mese di luglio le nostre truppe, a causa della troppo rapida avanzata dalla Cirenaica, erano giunte ad El Alamein senza fiato, ed il nemico ne aveva subito profittato, attaccandole improvvisamente il giorno 25, scompigliando lo schieramento che stava allora per essere imbastito e infliggendoci notevoli perdite. In quell’infausta giomata la Divisione “Sabratha” era stata distrutta; il Comandante del 3° Artiglieria celere, che era riuscito a salvarsi con pochi elementi del suo reggimento, aveva riportato un si grave trauma psichico, che le sue facoltà mentali ne erano rimaste alquanto menomate.
Per non dichiarare sciolto un reggimento, che si onorava di custodire le tradizioni delle famose batterie a cavallo – e che perciò s’intitolava al Principe Amedeo duca d’Aosta (P.A.D.A.), – il Comando di Artiglieria dell’A.S. aveva subito deciso di ricostituire il 3° Celere con elementi di altra provenienza, e lo aveva intanto assegnato alla Divisione “Littorio”. Questa Divisione era stata costituita nel 1936 ed aveva partecipato alla campagna di Spagna, agli ordini del Gen. Bitossi.
Nel giugno del ’42 sempre comandata da Bitossi, era sbarcata a Tripoli ed aveva seguita l’avanzata delle altre truppe su Alamein, senza però partecipare a fatti d’arme. Essa era for-mata dal 12° Reggimento bersaglieri, comandato dal Col. Gaetano Amoroso, medaglia d’oro, dal 133° Reggimento carristi, comandato dal Col. Martinelli, dal 2° gruppo da 75/27 mod. II del 133° Artiglieria per D.S. (gli altri gruppi del 133° Artiglieria per D.C. erano rimasti in Italia), comandato dal Ten. Col. Salonini, dal genio divisionale e dai servizi.
Giunta alla stretta di Alamein, la “Littorio” era stata inquadrata nel 30 Corpo d’Armata; ma il Gen. Bitossi, che nel grado di Generale di Divisione era più anziano del Gen. De Stefanis, era stato esonerato dal comando della Divisione e sostituito dal Gen. Ceriana.
Circa il trasferimento in Africa del Gen. Ceriana correva voce che esso fosse stato chiesto dallo stesso Ceriana, il quale con questa sua richiesta aveva inteso scindere la propria responsabilità da quella delle sue figliole, le quali si erano gravemente compromesse per aver partecipato, a Roma, ad un banchetto, ove si era brindato alla vittoria degli inglesi. Vice Comandante della “Littorio” era il Gen. Pederzini.
Inserita nel 20° Corpo d’Armata la “Littorio” era stata schierata tra Deir el Munassib ed il Passo del Cammello, prossimo alla depressione del Qattara.
Quando mi fu affidato il 3° Celere, il personale di quel Comando di reggimento era ridotto ai minimi termini: due Ufficiali inferiori – il Cap. Bassignano ed il Ten. Alvisi, – un paio di Sottufficiali e una decina di militari di truppa. L’ufficio Comando era costituito da una tenda tanto bassa e stretta, che non vi si poteva stare né in piedi né seduti; mobili dell’ufficio erano una tavola poggiata su due casse per gallette, un paio di sgabelli, e, in un angolino, una macchina da scrivere ed un telefono; i documenti di ufficio si riducevano ad un paio di carte topografiche, un registro del protocollo, pochi fogli dattiloscritti ed un quadro sul quale veniva giomalmente indicata la situazione del reggimento in uomini, artiglieria, automezzi ecc. con le relative deficienze rispetto ai prescritti organici e dotazioni. Quel quadro era una cabala, intelligibile soltanto al compilatore (che era il Cap. Bassignano), perché frutto di infiniti compromessi tra lui e gli Aiutanti Maggiori di gruppo, i quali al Comando di reggimento segnalavano sistematicamente dati inesatti e spesso in contraddizione con quelli segnalati in precedenza.
Per la ricostituzione del 30 Celere erano affluiti fino allora tre gruppi autotrainati: il II da 75/27 mod. II del 133° Artiglieria per D.C., del quale ho già fatto cenno, il 332° da 100/17 ed il 29° da 88/55. Il gruppo da 100/17, prima di essere assegnato al 3° Celere, era stato impiegato, in Libia, in servizio di difesa costiera; era comandato da un Maggiore di complemento che non conosceva affatto i ferri del mestiere e non aveva affatto ascendente sul personale dipendente.
Il gruppo da 88/55 era stato impiegato in Libia, in servizio di difesa contraerea, ma con l’assegnazione al 30 Celere gli erano stati affidati anche compiti terrestri; era comandato dal Ten. Col. Giorgione e inquadrato da ottimi Comandanti di batteria.
Qualche giorno dopo il mio arrivo, furono assegnati al 30 Celere anche due gruppi da 75/18 semoventi, giunti allora dall’Italia: il 554°, comandato dal Magg. Barone, e il 556°, comandato dal Ten. Co!. Del Duce; ambedue bene addestrati, ma privi di tutti gli autocarri di dotazione, perché il piroscafo che trasportava gli autocarri, era stato affondato da un sottomarino.
Oltre al personale del Comando di reggimento e ai pochissimi automezzi adibiti ai servizi del Comando stesso, apparteneva al vecchio 3° Celere anche il persona!e che prestava servizio in una batteria da 88, catturata agli inglesi a Tobruch, ed il personale superstite dei vecchi gruppi: complessivamente un paio di centinaia di uomini. Tutta gente che nella giomata del 25 luglio aveva perduta gran parte del vestiario e tutto l’equipaggiamento e che perciò era rimasta seminuda. Dei vecchi gruppi esisteva anche una farragine di automezzi inefficienti, i quali per mancanza di parti di ricambio non potevano per il momento essere riparati e giacevano quindi abbandonati ad El Dab.
Per riorganizzare il Comando del reggimento e rimettere in ordine personale ed automezzi, per dare inoltre unitä di indirizzo a gruppi di si eterogenea provenienza e migliorare le condizioni di inquadramento e di addestramento dei gruppi meno efficienti, sarebbero occorsi tempo e tranquillità. Ma da molti indizi appariva evidente che eravamo invece alla vigilia di nuove operazioni belliche, e nel timore che affrettati cambiamenti provocassero disorientamento nei reparti, mi limitai ad attuare subito soltanto quei provvedimenti che mi sembravano più indispensabili.
Nei primi giorni di mia permanenza al fronte egiziano l’attività delle forze terrestri era assai ridotta, mentre non era affatto trascurabile l’attività esplorativa delle opposte aviazioni.
Di giorno caccia nemici sorvolavano spesso il nostro schieramento e le retrovie e non di rado mitragliavano uomini ed automezzi. Molto opportunamente, perciò, erano state scavate, specialmente in prossimità delle piste, frequenti buche, delle quali ci si serviva per ripararsi dagli attacchi aerei. Dopo il tramonto subentrava di solito una gran calma su tutto il fronte. Ma verso le 22, ecco un ronzio lontano che diventava di istante in istante sempre più sensibile e sempre più molesto; era un ricognitore notturno: il primo; quello che noi chiamavamo “il lampionaio” (oppone …. “il cornuto”), perché era esso che iniziava la “luminaria”, esso che ci toglieva la pace. Pochi minuti dopo il suo arrivo, fiammelle rossastre pencolavano qua e là sulle zone di schieramento delle artiglierie e sulle immediate retrovie, proiettando vivissimo bagliore sul terreno sottostante e scrutandone ogni recesso; seguivano poi minacciose virate, rabbiosi sibili e scoppi fragorosi, ovunque si manifestassero indizi di vita. Con lo spegnersi di una serie di bengala, altri se ne accendevano, nelle zone che prima erano rimaste in ombra, e cosi tutto il terreno affidato alla sorveglianza di quel ricognitore, passava gradualmente sotto il suo sguardo e tutto veniva da esso irrorato abbondantemente di spezzoni, che, scagliati non di rado a casaccio, ti giungevano dove meno II avresti attesi.
Contro l’aereo, che con petulante persistenza seguitava per circa un’ora a sorvolare e picchiare sempre lo stesso terreno, gracidava di tanto in tanto qualche nostra mitragliera; ma gran colpi sprecati, che spesso non avevano altro effetto, se non quello di attrarre sulla mitragliera una scarica di spezzoni.
Poi, finalmente, l’odioso ronzio svaniva in lontananza e tomava la quiete; ma una quiete di troppo breve durata, che dopo una decina di minuti un’ altro ricognitore sopraggiungeva, altri bengala squarciavano le tenebre, altri spezzoni laceravano il silenzio della notte. E cosi fino all’ alba.
Quella giostra ci teneva in tensione nervosa tutta la notte, come se pesassero in permanenza su noi lo sguardo ed il pugno di una malefica divinità, e ci faceva arrivare al mattino in uno stato di esaurimento tale, che ne risentivamo per tutta la susseguente giomata.
Oltre 1′ azione nottuma degli aerei nemici, altre cause concorrevano a tormentarci in quel terreno e in. quella stagione: la temperatura, che si manteneva torrida dalla levata del sole fino al tramonto, mentre di notte si battevano i denti per il freddo, se non si aveva indosso il pastrano; la luce solare che proiettata sull’uniforme distesa di sabbia, abbacinava gli occhi; la sabbia, che si infiltrava d’ovunque, tra gli indumenti, tra i capelli, in tutti gli orifizi del corpo, tra le vivande, e rendeva di difficile guarigione anche le più leggere escoriazioni; i pidocchi, i quali a causa della elevata temperatura e delle limitatissime possibilità di pulizia personale consentite dal deserto e dalla guerra, si moltiplicavano in maniera sorprendente, riuscendo a coprire di una schifosa patina nera il corpo di disgraziati soldati; le mosche, che a mucchi si attaccavano alla pelle, entravano in bocca, s’impegolavano tra le vivande e nell’acqua potabile, tenendoci in continuo stato di irrequietezza sia durante il lavoro che nelle ore di riposo e rendendoci stomachevoli anche i cibi più prelibati (se ve ne fossero stati).
Alcuni, o per naturale insensibilità della loro pelle o per averci fatto l’abitudine, non si curavano affatto di liberarsi da questi noiosissimi insetti; e in questo spiccava il Gen. Nicolini, sul cui volto e sulle cui labbra razzolavano in permanenza ed in tranquillità decine di mosche. Altri cercavano di proteggersi collo e viso mediante una piccola zanzariera infilata sul capo, che dava loro l’aspetto di soci di una confraternita della morte. Ma nessuno provvedeva ad applicare misure capaci di estirpare o attenuare quel flagello, come per esempio ad interrare gli escrementi umani e i rifiuti del rancio, a distruggere col fuoco le immondizie. Misure queste, che venivano invece applicate dagli inglesi avendolo noi stessi constatato durante 1′ operazione offensiva che intraprendemmo ai primi di settembre e nella quale parlerò in seguito. In quella circostanza infatti, mentre attraversavamo territorio occupato poco prima dal nemico e cosparso dei residui di recente accampamento, osservammo con ammirazione non disgiunta da stupore che esso non era affatto infestato da quei noiosissimi e luridi insetti.
Malgrado tutto ciò, il morale delle nostre truppe era tanto elevato, che non trovava riscontro in alcun altro scacchiere operativo, ove avessero combattuto o combattessero truppe italiane. Esse si sentivano orgogliose di esser giunte con una travolgente avanzata alle porte di Alessandria d’Egitto e di aver costretto ad una precipitosa ritirata di centinaia e centinaia di chilometri un nemico, che disponeva di potenzialità bellica superiore di gran lunga alla nostra e che poteva permettersi il lusso di godere, anche sul campo di battaglia, comodità e leccornie di ogni genere, un nemico che era in grado di far la guerra da gran signore si sentivano orgogliosi anche dalla stima che dimostravano aver per loro le truppe germaniche e degli elogi che esse avevano meritato dal Comandante germanico.
Molti nostri combattenti dell’A,S. erano lontani dall’Italia sin dall’inizio del conflitto perché le insidie sottomarine non avevano mai consentito la concessione di normali licenze. A quei veterani del deserto I’ambiente in cui vivevano da oltre trenta mesi aveva acuito lo spirito di iniziativa e temprato le membra a tutti i disagi, il dinamismo della guerra manovrata aveva conferito un grado di addestramento difficilmente superabile, le peripezie trascorse e i pericoli affrontati li avevano resi quasi indifferenti alla morte e quindi capaci di ogni audacia, il lungo distacco dalla famiglia aveva perfino affievolito la nostalgia del focolare domestico; in quei veterani, perciò, si erano perfezionate e potenziate le più solide virtù guerriere. Ricordo alcuni superstiti del vecchio 30 Celere, spesso vestiti soltanto di un paio di calzoncini ed un paio di sandali, nutriti soltanto di poche cucchiaiate di lorodaglia, e tuttavia operosi intorno ai propri pezzi sotto il fuoco dell’artiglieria nemica o al volante di trattori tra le insidie dei campi minati, sfidare cento volte la morte con stoica serenità. In un terreno nel quale non esistevano né era pössibile costruire ripari, se non piccole buche quasi a fior di terra, tutti erano esposti alle offese nemiche senza distinzione di grado; aviazione e mine mietevano vittime tra Generali e Colonnelli come tra i semplici soldati, anzi in maggior percentuale tra i primi, che per l’adempimento dei loro compiti erano costretti a condurre vita più movimentata. Nulla distingueva l’alloggio del soldato da quello del Generale, che era anch’esso una buca nel terreno, e se talvolta era un autocarro interrato, offriva, – vero – qualche maggiore comodità, ma anche maggiore bersaglio e quindi minor protezione. Quasi nessuna differenza esisteva nel vitto, che per gli uni e per gli altri era sempre condito abbondantemente di mosche. Ufficiali e soldati vivevano quindi la stessa vita di pericoli, di disagi e di privazioni, che determinava reciproco affiatamento e reciproca comprensione, rinsaldava i vincoli disciplinari e sosteneva anche la disciplina formale.
Verso la metà d’agosto affluirono dall’Italia nuove unità, tra le quali la Divisione paracadutisti “Fo1gre”, formata di elementi scelti, molto ben addestrati e dotati di superlativo)spirito di corpo. Per i compiti che avrebbe dovuto assolvere quale Divisione paracadutisti, la “Folgore” aveva equipaggiamento ed armamento differenti da quelli delle normali Divisioni di fanteria, aveva artiglieria costituita esclusivamente di pezzi da 47 mm. e non disponeva di mezzi di trasporto. Comandava la Divisione il Gen.
ambasciata in Giappone; ne comandava l’artiglieria il Col. Boffa, già mio collega di reggimento nel 30 Artiglieria di Corpo d’Armata in Grecia.
Quando vedemmo giungere quella superba unitä, ci chiedemmo a quale scopo essa ci veniva inviata allora, che il fronte era già stabilizzato, mentre se fosse giunta nel mese di luglio e fosse stata subito lanciata alle spalle delle truppe inglesi accorrenti ad Alamein, ci avrebbe förse spianata la via per Alessandria.
Come una comune Divisione di fanteria la “Folgore” fu destinata a presidiare il tratto di fronte occupato dalla fanteria della nostra Divisione; e con un senso di commiserazione noi vedemmo quei magnifici paracadutisti salire sovraccarichi di materiali sulle alture che orlano a nord la depressione Qattara, appollaiarsi dietro pareti a picco, vivere lassi’i la mortificante vita di trincea, doversi valere di batterie racimolate da altre Divisioni per rinforzare lo schieramento delle proprie artiglierie, inadeguato ai compiti difensivi che le erano stati assegnati, doversi servire per i propri rifornimenti di pochi e sgangherati autocarri avuti in prestito da altri enti.
Negli ultimi giorni di agosto furono ritirate dalla linea e ammassate dietro l’ala destra del fronte le Divisioni corazzate “Ariete” “Littorio” e 30 Germanica: la “Littorio” nella zona di El Karita.
Questi movimenti per quanto compiuti con tutte le possibili cautele e sempre di notte, non poterono, nel nudo terreno del deserto, rimanere inosservati all’aviazione nemica, la quale, messa perciò in allarme moltiplicö la propria attività esplorativa.
11 31 agosto Rommel ci indirizzö un proclama, nel quale ci indicava Alessandria d’ Egitto come obiettivo della imminente operazione. In quella stessa sera l”Ariete”, la “Littorio” e la 90 Germanica mossero dalle rispettive zone di ammassamento in direzione est, precedute dalle loro avanguardie. Noi della “Littorio” ci mettemmo in marcia alle ore 21,00.
Era notte di plenilunio. Con le sue interminabili file di carri in colonna per tre, la Divisione percorse la solitaria e piatta zona di El Karita tutta illuminata dalla luna, e s’inoltrö rullando tra le alture chiazzate di fitte ombre di Deir el Munassib, ove paracadutisti della “Folgore” si erano opportunamente dislocati per segnarci (mediante minuscole lanterne schermate, costruite con scatolette vuote di carne in conserva) l’andamento dei varchi, nel campo minato, che dovevamo attraversare, per sboccare fuori del nostro schieramento.
Verso la mezzanotte ci attestammo dinanzi al primo campo minato nemico e lä fummo costretti a sostare alcune ore, perché i genieri della nostra Divisione, che ci avevano preceduto con l’avanguardia, non erano riusciti ad aprire alcun varco ed erano rimasti quasi tutti uccisi o gravemente feriti dallo scoppio di mine. Intanto grappoli multicolori di bengala illuminavano il cielo della colonna, spezzoni e proiettili di artiglieria la bersagliavano.
Quando perö la 90a Divisione Germanica avanzante sulla nostra destra, ebbe oltrepassato il campo minato esistente sulla sua direttrice di marcia, la nostra colonna, usufruendo dei varchi aperti dai pionieri germanici, riuscì a portarsi anch’essa fuori dai campi minati nemici. Poi tutte le tre Divisioni fecero una conversione verso nord-nord ovest.
Di lì in avanti e per tutta la giomata del 10 settembre trovammo il vuoto d’dinanzi a noi e non fummo disturbati né dall’aviazione né dall’artiglieria; soltanto qualche aereo da ricognizione si faceva vivo di tanto in tanto.
A tarda sera giunti a circa sei chilometri dal Ruweisåt, ponemmo termine alla marcia e disposte le prescritte misure di sicurezza, ci mettemmo a riposare.
Nel silenzio della notte si sentiva un respiro profondo dei soldati, che stanchi giacevano intorno ai carri, e sui loro volti tormentati splendeva la luna, impassibile ai travagli e alle follie dell’umanità.
Ma poco dopo la mezzanotte una luce vivissima ci abbagliö e schianti fragorosi ci fecero sussultare. Il cielo si era illuminato a giorno, una pazzesca sarabanda si svolgeva sul nostro capo, spezzoni cadevano un po’ d’ovunque sull’accampamento, cannoni di medio caliloro tuonavano da lontano a ritmo cadenzato.
Alle prime luci, i carri leggeri della nostra avanguardia, scontratisi coi carri nemici furono in breve tempo messi fuori combattimento; entrö allora in azione il grosso della Divisione.
Dinanzi a noi si presentava la lunga dorsale del Ruweisåt, che si eleva di una cinquantina di metri sul piatto terreno circostante e si protende, uniforme ed isolata, per una ventina di chilometri nella direzione dei paralleli, per allacciarsi poi ad una serie di colline (Gebel Bein Gåtir, q. 93, q. 101, q. 89, q. 80) che convergono verso la costa fino ad El Hamman, cioè fino a quaranta chilometri da Alessandria. Ai piedi del Ruweisåt, dalla parte che guarda a mezzogiorno, corre un ampio letto torrentizio dalle sponde alte e scoscese, al quale si accede da sud attraverso un ripiano leggermente inclinato e completamente scoperto alla vista di chi si trovi sulla dorsale. A noi, la dorsale ed il letto torrentizio si presentavano perciò come un bastione con fosso antistante.
Tra il Ruweisåt e la costa, distanti tra loro una quindicina di chilometri, era schierato il nerbo delle forze nemiche, con fronte ad ovest e a sud. Sulla cresta della dorsale si profilavano, ad intervallo di circa cinquecento metri l’una dall’altra, le sagome di carri nemici, che erano probabilmente carri osservatorio.
Sotto il fuoco delle artiglierie nemiche schierate a tergo del Ruweisåt, il grosso della “Littorio” si spinse nel letto torrentizio e si aggrappö alle pendici della dorsale.
Mentre venivano eseguiti questi movimenti, giunsero sull’orlo del letto torrentizio e sostavano presso il carro-comando del Gen. Ceriana (col quale mi trovavo anch’io) Rommel, De Stefanis e vari Ufficiali italiani e tedeschi e, spiegate le carte topografiche, si misero ad osservare il terreno di azione. Di tanto in tanto Rommel rivolgeva la parola al Gen. Ruggeri Laderchi, Capo di Stato Maggiore del 20° Corpo d’Armata, e questi, che conosceva bene la lingua tedesca, riferiva poi a De Stefanis le osservazioni e gli ordini del Comandante in capo.
Ma ad un tratto un persistente lorontolio, come gli uragano che si approssimi, ci fese volgere lo sguardo verso est e in lontananza scorgemmo un grossa formazione di aerei che si dirigeva su di noi. Dopo qualche istante udimmo un immane tonfo. Quando gli aerei con gran frastuono di motori sorvolarono la zona ove noi stavamo, una fitta pioggia di sibilanti bombe saettö l’atmosfera, un nuovo tonfo e centinaia di scoppi scossero il suolo, schegge volarono rabbiose dovunque e un torrente di fumo si levö dal terreno.
Fu quella, förse, la prima apparizione sui campi di battaglia di quelle grosse formazioni da bombardamento, che diventavano poi tristemente note in tutta Europa e di tante stragi e rovine e terrore seminarono anche sulle nostre città. Ad esse, per il colore argenteo delle fusoliere, i combattenti dell’A.S. diedero il nome di “Squadroni bianchi”.
Per l’assenza dell’aviazione dell’Asse, rimasta priva di carburante in seguito all’affondamento di una nave cistema, avvenuto nello stesso giorno in cui era cominciata la nostra offensiva, l’aviazione avversaria solcava indisturbata il cielo della battaglia.
1 bombardamenti a tappeto dell’aviazione e i tiri delle ben defilate artiglierie nemiche causarono sensibili vuoti nelle nostre file e specialmente nelle file della 90′ Germanica che, schierata sulla destra della “Littorio”, era ormai da una quarantina di chilometri da Alessandria. Tra i gruppi del mio reggimento subì le maggiori perdite il 29°, che ebbe anche tre pezzi messi fuori uso dal tiro controbatteria nemico. Tuttavia i nostri soldati si dimostravano pieni di slancio e pronti a gettar l’anima oltre ogni ostacolo, pur di raggiungere l’obiettivo additato loro da Rommel.
Tra i caduti del mio reggimento ricordo con particolare rimpianto il soldato scelto del 332° Gruppo Sergio Bresciani. Un caro ragazzo di appena 18 anni, che colpito al ventre da proiezione di sassi per colpo di artiglieria e trasportato privo di sensi al posto di medicazione appena ebbe ripreso i sensi e benché fosse ancora dolorante chiese ed ottenne di far ritorno subito alla propria batteria; nella stessa giomata, ferito gravemente ad una gamba per lo scoppio di una mina e, trasportato all’ ospedale da campo, sopportò stoicamente 1′ amputazione dell’arto, rammaricandosi soltanto di non poter più seguire la propria batteria; sentendosi poi prossimo alla fine, pregö insistentemente i presenti di portare il suo estremo saluto al Comandante la batteria.
Quell’ eroico fanciullo era sbocciato nel clima dell’ Italia di Mussolini (era nato infatti il 2 luglio 1924 a Salò da Bartolo e da Maria Cantoni) e da quel clima aveva assorbito amor di Patria, audacia, spirito di avventura.
Nei primi mesi del 1936, a1l’età di appena 12 anni, si era allontanato di casa con l’intento di raggiungere il fronte di guerra etiopico…sulla nave, sulla quale si era clandestinamente imbarcato, era stato ricondotto in famiglia. Nel marzo 1941, a 16 anni, era riuscito a raggiungere la Libia e a sfuggire alla polizia di Tripoli che voleva rimpatriarlo; si era quindi portato nella Sirte, che era allora nostra occupazione avanzata e, presentatosi al Comandante del 3° Artiglieria Celere, aveva chiesto di poter prestare servizio in quel reggimento. In attesa che la sua domanda, inoltrata alle autorità superiori venisse accolta, come di fatti avvenne al compimento del suo diciassettesimo anno di età, aveva partecipato, quale puntatore di un pezzo alle operazioni per la riconquista della Cirenaica. Dopo 1′ arruolamento volontario aveva preso parte sempre con la stessa batteria all’ assedio di Tobruch e poi, dal maggio al luglio del 1942, al ciclo operativo che ci aveva condotti ad Alamein. Per l’esemplare condotta e lo sprezzo del pericolo di cui aveva dato luminose prove in varie circostanze era stato nominato, benché appena diciottenne, artigliere scelto. Nella giomata del 27 luglio, circondato da carri nemici, era riuscito a sfuggire alla cattura insieme al suo Comandante di batteria. Ricostituitosi il 3° Celere aveva ottenuto di essere destinato nuovamente alla dipendenza del suo Comandante di batteria, e a questi aveva rivolto 1′ ultimo pensiero, prima di morire.
O fortunati coloro che caddero ai piedi del Ruweisåt! dinanzi alle loro pupille poterono ancora balenare visioni di vittoria.
Nel già citato volume “Otto milioni di baionette” il Gen. Roatta asserisce che, raggiunta Alamein, Rommel non mirava neppur più al Canale di Suez, la cui conquista era per lui fuori discussione, ma direttamente a Bassora, dove vedeva certamente già arrivare – discendendo dal nord per dargli la mano – le truppe germaniche del Caucaso. Non so, se questa asserzione risponda a verità, o sia soltanto un’ induzione tratta dalla conoscenza che Roatta aveva del carattere di Rommel, condottiero audace oltre che soldato assai coraggioso (doti queste che gli avevano fatto acquistare il massimo ascendente anche sulle truppe italiane da lui dipendenti). E certo che l’aver intrapreso quell’operazione offensiva – anche se tendente soltanto alla conquista di Alessandria – senza essersi prima assicurato di poter disporre dell’aviazione, appare di per sé stesso un passo non soltanto audace, ma avventato e forse giustificabile soltanto dall’impellente necessita di mettere al più presto a soqquadro l’organizzazione difensiva del nemico, per impedire che venisse completata e per non vedersi quindi frustrate a priori qualsiasi altro tentativo offensivo. Era infatti apparso evidente durante il mese di agosto, che il nemico andava rapidamente riprendendosi e, tenuto conto della sua inesauribile potenzialità bellica e della quasi assoluta sicurezza delle sue vie di comunicazione marittime attraverso l’Oceano Indiano ed il Mar Rosso e della vicinanza delle basi di rifornimento, era prevedibile che avrebbe presto completato la propria riorganizzazione; né era affatto da escludere che passasse poi all’offensiva, tanto più che proprio nella stagione invernale esso aveva sviluppato, e con successo, tutte le sue precedenti operazioni offensive a largo raggio.
Qualunque sia stato il sogno di Rommel – Suez o Bassora – bisogna riconoscergli il men-to di aver avuto subito la chiara percezione della situazione, di non essersi intestardito nell’attuazione del suo progetto e di aver rapidamente preso le conseguenti decisioni, non appena ebbe constatato l’incontrastato dominio dell’aviazione avversaria e la robustezza della posizione contro la quale eravamo andati a cozzare. Infatti, non indugiando in tentativi che avrebbero potuto compromettere l’efficienza di tutte le forze corazzate di cui disponeva, il mattino del 3 settembre egli ordinö il ripiegamento delle tre Divisioni dietro le vecchie linee.
Il ripiegamento fu effettuato sotto la pressione del nemico, il quale in pari tempo sferrö violenti attacchi contro le nostre truppe rimaste a difesa della stretta, nella speranza, forze, che esse fossero rimaste influenzate dallo scacco morale subito dalle Divisioni corazzate; questi attacchi perö, furono contenuti e respinti.
Subentrata la calma su tutto il fronte, Rommel diede subito disposizioni, per far assumere al nostro schieramento caratteristiche spiccatamente difensive, alleggerendo la prima schiera ed irrobustendo la seconda, alla quale destinö tra l’altro tutte le Divisioni corazzate.
La Divisione Littorio si trasferì in seconda schiera il 15 settembre e si dislocò nella zona centrale della stretta, ad oriente della Pista Rossa. 1 gruppi del mio reggimento si schierarono tra Bir Dugheim (a nord) e Deir El Abjad (a sud): presso Bir Dugheim il gruppo da 100/17, presso Deir El Abjad quello da 75/27, fra questi due gruppi, presso q. 33 il gruppo da 88/55; il 556° Gruppo semovente si schierö tra il gruppo da 100/17 e quello da 88/55, il 552° tra il gruppo da 88/55 e quello da 75/27. II Comando del reggimento si dislocö, presso il Comando della Divisione, un chilometro ad ovest della Pista Rossa, in posizione presso a poco centrale rispetto allo schieramento dei gruppi.
Qualche giorno dopo il nostro trasferimento, in seconda schiera, il Gen. Ceniana si ammalö, ed il Comando della Divisione fu affidato nuovamente al Gen. Bitossi, in seguito a richiesta di lui stesso, il quale, per attaccamento alla Littorio, volentieri si adattö a rimanere in sottordine al Gen. De Stefanis, già meno anziano di lui.
Anche in seconda schiera unitå germaniche furono interposte tra le unitä italiane e col raggruppamento delle une con le altre furono costituiti dei Raum o raggruppamenti tattici; con le unitå della Littorio e con quelle della 15 Divisione corazzata germanica furono costituiti tre Raum: il Raum del nord, quello del centro ed il Raum del sud.
Intanto venivano assegnati al mio reggimento nuovi Ufficiali provenienti dall’Italia, ed il loro arrivo mi consentiva di dare una soddisfacente organizzazione al Comando del reggimento e di migliorare la situazione dei quadri dei gruppi. Alla data del 19 settembre la situazione degli Ufficiali del reggimento era quella indicata nel prospetto allegato; inoltre, usufruendo di quel periodo di stasi bellica, fu possibile eliminane o attenuare altre deficienze esistenti nel reggimento.
Innanzitutto, molti Ufficiali incontravano serie difficoltà ad orientarsi nel deserto, ove di solito non esistono punti di riferimento naturali. 1 tedeschi avevano perö creato nella zona della stretta una fitta rete di punti di riferimento artificiali, disponendo sul terreno vecchi bidoni di benzina numerati. in modo che ognuno di essi fosse visibile col binocolo da almeno altri due, rilevandone la posizione, e riportandola sulla carta topografica sulla quale erano contrassegnati quei punti colle lettere A.P. (punto d’appoggio), seguite dal numero distintivo del punto stesso. All’impianto e al raffittimento di questa rete di triangolazione provvedevano solerti squadre di topografi, le quali procedevano con le unitå combattenti e lavoravano anche nelle linee più avanzate: lavoro faticoso e talvolta pericoloso, ma sotto il punto di vista tecnico niente affatto difficile. Era perciò umiliante per noi italiani che, in uno scacchiere di nostra precipua competenza, esso venisse compiuto esclusivamente da squadre tedesche, pur disponendo il nostro Istituto Geografico Militare di numerosi ed ottimi Ufficiali topografi, di precisi strumenti di rilevamento e di modernissimi mezzi di riproduzione cartografica.
Gli A.P. consentivano, anche con la sola bussola, un facile orientamento; ma, come ho detto, erano limitati alla zona della stretta. Dove non esistevano gli A.P., soltanto col continuo esercizio si poteva ottenere che, chi fosse a bordo di un automezzo e non disponesse che della bussola, non deviasse dalla rotta prefissata. Perciò disposi che agli Ufficiali meno pratici i comandanti di gruppo facessero frequentemente compiere in automezzo percorsi segnati preventivamente sulla carta topografica, attuando durante il percorso opportuni controlli. Devo perö soggiungere che alcuni Ufficiali e la maggior parte degli autisti erano dotati di una sorprendente facilita di orientamento, derivante da innato intuito, affinato dal lungo esercizio.
Inoltre, molti Ufficiali anche Ufficiali superiori, avevano conoscenze assai superficiali di mezzi corazzati e nessuna conoscenza delle modalità di cooperazione tattica con le unità carriste.
É pur vero che negli anni precedenti alla guerra, vuoi negli istituti militari di cultura, vuoi nei reggimenti durante le esercitazioni con i quadri, vuoi nelle riviste militari si era molto parlato e scritto di unitå corazzate e di guerra di rapido corso; ma nelle esercitazioni sul terreno non si era mai visitato un carro armato, mentre si seguitavano a vedere i soliti ferrivecchi della guerra 1915-18; perciò non si riusciva a comprendere per quale taumaturgica facoltà, in caso di conflitto avremmo impiegato masse corazzate e fatto guerra di rapido corso. D’altronde il nostro Stato Maggiore riteneva che un’eventuale guerra l’avremmo combattuta prevalentemente sulle frontiere alpine ed escludeva a priori la possibilità di impiego di unitå corazzate su quelle frontiere; perciò é da ammettere che da noi, per quanto si seguitasse a favoleggiare di guerra di rapido corso, nessuno ne parlasse con convinzione, ma col solo scopo di scimmiottare ciò che si diceva all’estero o di dar fumo negli occhi agli stranieri e a noi stessi.
Cosi si era giunti all’estate del ’40 con un esercito quasi privo di unitä carriste (i nostri ridicoli carri leggeri avevano fatto pessima prova perfino contro gli abissini, e di carri medi, all’época della nostra entrata in guerra, non disponevano, come ho già detto, che di due battaglioni dislocati in Libia). E così Si era giunti anche all’estate del ’42 con una forte aliquota di Ufficiali, tra i quali vari Generali e molti Ufficiali superiori, i quali non avevano mai partecipato ad esercitazioni tattiche con intervento di carri, mai messo il sedere su un carro, né il naso in un carro. Tuttavia, quando un ufficiale giungeva in Libia, lo si destinava con la massima disinvoltura alle Divisioni corazzate, senza neanche preoccuparsi di sapere se avesse mai preso parte ad azioni belliche o esercitazioni in cooperazione con reparti carristi. É facile quindi immaginare come dovessero trovarsi a disagio quegli Ufficiali, specialmente se Ufficiali superiori, come dovesse essere incerta la loro azione di comando, quanto scarso e inadeguato alle esigenze della lotta il contributo del loro reparto.
Per attenuare questa grave lacuna nell’addestramento degli Ufficiali furono tenute presso il Comando della Divisione alcune riunioni con l’intervento di tutti gli Ufficiali superiori, nelle quali furono perö soltanto sfiorate questioni riguardanti l’impiego delle unitä carriste e questioni riguardanti l’impiego delle altre armi in cooperazione con unità carriste.
Altra fonte di preoccupazioni erano per me le trasmissioni, specialmente in vista di una probabile offensiva nemica.
Fin dalla prima guerra mondiale si era resa manifesta la precarietà dei collegamenti telefonici, in conseguenza dell’azione di distruzione provocata dall’artiglieria. Di solito, quel collegamenti venivano a mancar proprio quando sarebbero stati maggiormente necessari, ciò quando il nemico attaccava, anzi nella fase di preparazione dell’ attacco, quando il nemico batteva con violenti concentramenti di fuoco le nostre artiglierie e le immediate retrovie. Quando poi all’ azione di distruzione dell’ artiglieria si é aggiunta sul campo di battaglia quella dell’ aviazione, il fare affidamento sul collegamenti a filo significava alimentare un’illusione, che si sarebbe pagata a caro prezzo in caso di attacco nemico. Ma sul fronte di Alamein anche il continuo via vai dei nostri carri armati concorreva a scombussolare i collegamenti a filo, perché, mancando paletti telefonici o altri analoghi sostegni, tutte le linee telefoniche poggiavano sul suolo. Per dimostrare la insostituibilità delle trasmissioni telefoniche si å soliti obbiettare che le trasmissioni radio possono essere facilmente intercettate e disturbate. Ma, prescindendo dal fatto che anche le trasmissioni telefoniche possono essere intercettate, bisogna riconoscere che molte trasmissioni (come quelle dei dati di tiro per le artiglierie e tante altre ancora), non recano alcun vantaggio al nemico, anche se vengano intercettate, mentre per le altre é sempre possibile adottare accorgimenti tali (parole convenzionali, parole dialettali, cifrari ecc.), che al nemico non riescano intellegibili. Nei riguardi poi dei disturbi e delle interferenze, non improbabile che col perfezionamento della radiotecnica in avvenire si riesca ad attenuarne notevolmente le cönseguenze; ne å improbabile che data la loro reversibilità, si riesca ad eliminarli totalmente dal campo di battaglia per tacita intesa tra gli avversari. Comunque, é sempre meglio disporre di mezzi di trasmissione disturbabili, che disporre di mezzi di trasmissione i quali diventino del tutto inutilizzabili proprio quando sarebbero maggiormente necessari. Aggiungasi, infine, che le trasmissioni radio sono di assai più rapida attuazione delle trasmissioni telefoniche e che i mezzi radio sono assai meno pesanti ed ingombranti dei mezzi telefonici; si pensi al tempo che occorre per porre in atto i collegamenti telefonici, per esempio di un gruppo di artiglieria di medio calibro e all’enorme peso ed ingombro che comporta il filo telefonico occorrente.
Mi sembra dunque di poter concludere che oggi, nell’ epoca della radio, dell’ aviazione e dei combattimenti di carri, il telefono é, sul campo di battaglia,un mezzo di trasmissione tanto anacronistico quanto l’apparato fototelegrafico.
Nel caso specifico del mio reggimento la necessita assoluta del collegamenti radio derivava dall’eccessiva distanza che separava il Comando del reggimento dai suoi gruppi e specialmente dai gruppi estremi dello schieramento (332° da 100/17 e 2° da 75/27), nonché, per la distanza che faceva aumentare assai la probabilità di interruzione delle linee telefoniche; derivava anche dalla presenza nel reggimento di due gruppi semoventi provvisti esclusivamente di mezzi radio, ed infine dall’appartenenza del reggimento ad una Divisione corazzata, cioè ad una Divisione manovriera per definizione.
Purtroppo, perö, i marconisti del Comando del reggimento e quelli dei gruppi autotrainati erano pochi e tutt’altro che provetti; inoltre, il gruppo da 100/17 e quello da 88/55, provenienti rispettivamente dalla difesa costiera e dalla difesa contraerea avevano in dotazione un numero di stazioni radio assai inferiore a quello necessario nel loro impiego di artiglierie campali. Perciò fä necessario aumentare il numero dei marconisti, riunirli tutti presso il Comando del reggimento, far impartire loro una intensa istruzione dal sottufficiale capo—marconista sotto la direzione dell’ ottimo capitano Consoli e sottrarre alcune stazioni radio al gruppo da 75/27 per assegnarle agli altri due gruppi autotrainati.
Un’altra importante questione da risolvere era quella degli automezzi. Ho già detto che nell’assumere il Comando del reggimento, avevo trovato ad El Dabä un cimitero di automezzi inefficienti, penosi resti dei gruppi sbaragliati dal nemico nella giornata del 25 luglio, e a quel cimitero erano state trasportate altre carcasse dopo le operazioni dei primi di settembre. Inoltre i due gruppi semoventi erano completamente privi di autocarri e di motocicli, perché il piroscafo che trasportava quegli autocarri e motocicli dall’Italia in AS, era stato affondato da sottomarini nemici. Pertanto, alla data del 19 settembre, il reggimento difettava di 18 (su 53) autocarri pesanti, 33 (su 73) autocarri leggeri, 45 (su 77) trattori, 20 (su 22) autovetture, 33 (su 50) motocicli, 3 (su .6) mototricicli, 8 (su 14) retrotreni cassoni, e il numero degli automezzi inefficienti aumentava a 24 autocarri pesanti, 21 autocarri leggeri, 14 trattori, 6 autovetture, 4 motocicli. In tale situazione,il reggimento avrebbe incontrato enormi difficoltà a muoversi, qualora le vicende della guerra avessero imposto, a breve scadenza, l’esecuzione di lunghe marce.
Feci presente tutto ciò ai Comandi superiori, ma non ebbi neanche la soddisfazione di ricevere una risposta. Inoltre, inviai, a più riprese, nelle retrovie personale alla ricerca di parti di ricambio; ma i pii avanzati magazzini di parti di ricambio erano in Cirenaica ed erano anche scarsamente provvisti; perciò quel personale rimaneva di volta in volta assente dal reggimento non meno di una decina di giorni e al ritorno portava materiali in quantità irrisoria.
Per tali motivi la questione degli automezzi rimase insoluta.
Nella zona centrale del fronte, non esistendo sponde di guadi o scarpate di alture che dessero un po’ di riparo dalle offese dell’artiglieria, si utilizzavano, come riparo e anche come alloggio, buche individuali scavate nel terreno e coperte a fior di terra da teli da tenda cosparsi di arena. Cosi ci eravamo sistemati anche noi del Comando del reggimento, ed in buche alquanto più larghe avevamo alloggiato gli uffici e anche la mensa per gli Ufficiali. Jo, perö, avevo attrezzato per mio alloggio ed ufficio un autocarro, bene interrato e ben mimetizzato, in modo che non fosse affatto riconoscibile dagli aerei perché questi facevano una caccia spietata a tutti gli autocarri che riuscissero ad individuare sul campo di battaglia.
La grossa buca adibita a mensa era coperta da un telone, col quale di sera si provvedeva anche a tappare tutte la aperture, affinché non trapelasse luce all’esterno, e mancando allora completamente aerazione mentre sedevano a mensa una decina di Ufficiali, la buca si trasformava in un bagno turco. Essa distava dall’accampamento circa 500 metri, e nessun punto di riferimento esisteva lungo il terreno interposto; perciò di sera, onde evitare probabili deviazioni, ci recavamo a mensa in comitiva e in comitiva ne facevamo ritorno, orientandoci con le stelle. Una sera accadde che uno dei miei Ufficiali, attardatosi a mensa dové far ritorno da solo, ma lungo il percorso si disorientö e vagö per circa due ore in tutte le direzioni, chiamando di tanto in tanto colleghi e soldati del Comando, finché verso la mezzanotte, udito dal suo attendente, che lo attendeva sveglio, fu raggiunto da costui e accompagnato all’accampamento.
Di solito trascorrevo le ore antimeridiane in ricognizioni o in visite ai gruppi e dedicavo le ore pomeridiane al disbrigo delle pratiche di ufficio, sempre farraginose e assillanti, anche in pieno deserto. Quando percorrevo in autovettura quel mare abbacinante di sabbia giallastra la mia attenzione veniva frequentemente attratta dalle diavolerie del miraggio – cespugli, palmeti, paludi, laghetti – che poi, svanendo, mi lasciavano l’impressione che stessi facendo un cammino senza meta.
Dopo la seconda decade di settembre si cominciö a godere, dalla sera del sabato al mattino del lunedì, una calma quasi assoluta su tutto il fronte. Sembrava fosse intercorsa tra i due eserciti la tacita intesa di una periodica tregua di armi. Noi, ironizzando, si diceva che gli inglesi
si recavano in permesso domenicale ad Alessandria. lo utilizzavo quella giornata per visitare il “cimitero” degli autorizzi del mio reggimento.
Dopo aver assistito alla Messa, che ci celebrava quel sant’uomo di don Giannotti, nostro cappellano nonché direttore di mensa, mi dirigevo con l’autovettura sulla Pista Rossa, raggiungendola di solito dove una croce gotica, sormontata da un elmetto germanico, segnava la tomba di un militare tedesco caduto in quella zona. Lungo la pista s’incontravano frequentemente gruppi di soldati italiani e tedeschi, che in fraterna collaborazione colavano sudore per rimuovere automezzi insabbiati. La pista procedeva rettilinea e fiancheggiata dalla palizzata della linea telegrafica sino alla ferrovia, dove ci si imbatteva nello snello minareto di Sidi Abd el Rahman; ma già qualche chilometro prima del minareto s’ incontravano rudimentali costruzioni in muratura. Il minareto era un punto di riferimento assai importante ed era un obbiettivo preferito dalle artiglierie nemiche; per cui gli automezzi avevano sempre fretta di allontanarsi da quella zona. A poche centinaia di metri a nord del minareto s’incontrava la strada costiera.
Confesso che mi sentivo rinascere quando, abbandonata finalmente la sabbia, mi immettevo con l’autovettura sulla strada costiera. Questa correva per lunghi tratti fra verdi cespugli e di tanto in tanto apriva la vista su scorci azzurri di mare. Era perö sorvolata continuamente da aerei nemici, e i tedeschi, che li temevano più di noi, avevano sempre sui loro autocarri qualche soldato in vigile osservazione dei cielo e, quasi sempre, anche una mitragliera contraerea pronta allo sparo. In vista della strada era un cimitero di guerra germanico, tenuto, come al solito, con cura. Dopo circa 30 chilometri di percorso lungo la strada costiera si giungeva a El Dabä.
Il paese – se cosi potevano chiamarsi quei pochi tuguri sparsi intorno alla stazione ferroviaria – era a sud della strada; a nord, tra la strada e il mare, era la base logistica del 20° Corpo d’Armata. Tendoni, automezzi, carri botti, forni, officine, bidoni ecc. tra dune sabbiose, cosparse di grossi cespugli. Per noi El Dabä era 1’Eldorado.
Col sopraggiungere dell’autunno il caldo andò diminuendo; anzi, nella zona del nostro accampamento, che era lontana dal mare soltanto una ventina di chilometri, si godeva in qualche ora del giorno un po’ di brezza marina e di notte spesso faceva freddo.
Il mattino del 28 settembre feci la conoscenza del ghibli, il vento proveniente dalle regioni interne del deserto. Un vento caldo, afoso, che trasportava e sollevava nuvole di sabbia; e questa rendeva l’atmosfera tanto oscura, che non si riusciva a veder nulla, anche a pochi metri di distanza e s’infiltrava dovunque, nelle buche, nella branda, tra i capelli, negli occhi, negli orecchi, in bocca, tra gli indumenti, sui cibi. Era un tormento insopportabile, una maledizione. Il ghibli raggiunse la maggior intensità nel pomeriggio, e in quelle ore, pur stando sdraiati nella branda e quasi completamente nudi, si gocciolava di sudore da tutto il corpo. La sera cessö, ma rimase nell’aria una grande umidità; l’indomani mattina riprese a spirare, ma con minore intensità, finché nel pomeriggio cessö definitivamente. Il ghibli impedì, naturalmente, ogni attività bellica, sia a noi che al nemico: in quelle due giocate non fu udito un colpo di cannone, ne fä visto un aereo.
Il 16 ottobre avemmo, invece, un ventaccio assai freddo e poi anche la pioggia, e risentimmo tanto di quell’improvviso cambiamento meteorologico, che tutti fummo presi da forte mal di capo.
Le relazioni tra noi e i tedeschi erano improntate a reciproco spirito di stima e cameratismo, benché in alcune circostanze s’intravedesse che essi volevano farla da docenti e che a noi spettava sostenere la parte di discenti.
Per la sera del 23 settembre il Comandante la 15 Panzer invitö a cena gli Ufficiali del Comando della “Littorio”. Quando fummo giunti al Comando della 15 Panzer, fummo accolti molto cortesemente dai colleghi, di quel Comando di Divisione ed essendo una bella serata di luna,ci trattenemmo all’aperto, in loro compagnia, circa mezz’ora, mentre la banda musicale di quella Divisione suonava vari spartiti tra i quali, assai suggestivi, la “Ritirata” e la ‘Preghiera dopo la battaglia”. Sull’esempio dei tedeschi, quest’ultima fu ascoltata da tutti sull’attenti e a capo scoperto. Poi entrammo in un’ampia tenda, assai bene illuminata, benché non trapelasse luce all’esterno, e adorna di edera e pampini, dove era stata imbandita la cena per circa cinquanta convitati. Il posto di ognuno era segnato da un biglietto col suo nome, inquadrato da motivi ornamentali, inneggianti all’alleanza tra le due nazioni. Secondo l’usanza dei popoli nordici, ci furono servite numerose pietanze, presso a poco una decina, e abbondanti furono anche le libagioni, che i colleghi tedeschi erano soliti accompagnare con deferenti inchini e frasi di augurio a noi ospiti. Malgrado la diversità di lingua, si facevano conversazioni abbastanza spedite, grazie alla presenza di numerosi Ufficiali interpreti di lingua italiana.
Terminata la cena, fummo accompagnati in uno di quei pozzi (bir) – antichi serbatoi di grano, probabilmente – di cui e disseminata quella parte del deserto egiziano. Profondi anche una quindicina di metri, essi si allargano in vaste caverne scavate nell’arenaria, che testimonia l’antica immersione di quelle terre. Il pozzo era stato ridotto a sala da caffé-concerto, con orchestrina, banco di mescita, sedie, tavolinetti e, lungo le pareti, festoni di pampini e vignette umoristiche. Serviti a volontà di paste, liquori, cocktail, caffè e perfino salsiccia e pane abbrustolito, ci trattenemmo fino alle due di notte. Bisogna riconoscere che i colleghi tedeschi avevano fatto del loro meglio, per farci trascorrere una piacevole serata; ma se dovessi affermare di essérmi effettivamente divertito, direi una bugia. Tanta esibizione di vivande, di vini, di liquori, di festoni, di cortesie, oltre ad essere in troppo stridente contrasto con l’ambiente naturale e soprattutto con l’ambiente di guerra nel quale vivevamo, tradiva il proposito che dovevano aver avuto i tedeschi, di farci rimanere stupiti della loro inventiva, delle loro risorse e anche del loro spirito di organizzazione. Quel pozzo poi, trasformato in tabarin peccava troppo di artificiosità, e quel tabarin senza chanteuses e senza “kellerine” mi faceva pensare a certi spettacoli del buon tempo antico, nei quali le parti spettanti ad attrici venivano sostenute da ragazzi travestiti da donne. Infine, l’esagerata allegria di vari Ufficiali tedeschi ed anche di qualcuno dei nostri suscitava nella mia fantasia macabre immagini di morituri, che si sforzassero di affogare nell’ebbrezza lo strazio della loro fine imminente.
In definitiva passai la serata col pensiero quasi costantemente rivolto alle persone a me più care e con nostalgico ricordo di tempi trascorsi in loro compagnia. Qualche giorno dopo, il Comando della nostra Divisione ricambiö l’invito ai colleghi della 15a Panzer; ma il pranzo che offrimmo noi fu meno fastoso e molto meno estroso.
Il 10 ottobre, presso il Comando della 15′ Panzer ebbe luogo una riunione di tutti gli Ufficiali Generali e Ufficiali superiori di quella e della nostra Divisione, per lo studio di un caso concreto di cooperazione delle due Divisioni nella eventualità di una azione offensiva da parte degli inglesi. La manovra era stata impostata dal Comandante la 15′ Panzer ed era da lui diretta.
Ci riunimmo tutti (eravamo un centinaio) sotto una grossa tenda, ben mimetizzata, attrezzata con tavoli e panche e tappezzata di tabelle e grafici riferentisi alla manovra. Chiaro era il supporto della manovra; calma e convincente fu la discussione; cortese, ma in pari tempo sicura e decisa ne fu la direzione. Al termine della manovra, che durö circa due ore, ci fä offerto the, pane, burro, marmellata e sardine. Al contrario di noi, i tedeschi si trattavano da signori.
I nostri carri erano di 14 tonnellate con un cannone da 47 mm; i carri nemici del tipo “Pilot” erano di 28 tonnellate con un cannone da 75 mm.
Contro un carro del tipo “Pilot”, che nel mese di luglio gli inglesi erano stati costretti ad abbandonare a tergo di quello che fu poi il nostro definitivo schieramento nella stretta di El Alamein, eseguimmo nel mese di ottobre dei tiri con le nostre artiglierie di piccolo calibro e constatammo che la corazzatura del Pilot veniva perforata soltanto dalla granata perforante da 100 mm. Figuriamoci quanta meschina efficacia aveva contro quei carri il proietto da 47 mm. dei nostri M.14.
Perciò a mio parere era stato un errore 1′ aver denominato batterie quei reparti corazzati, armati di pezzi da 75; un errore averli assegnati ad un reggimento di artiglieria, ed era un errore ancora maggiore il continuare a costruire carri medi di 14 tonnellate, già da gran tempo superati, invece di sostituirli gradualmente con semoventi da 75, ottimi ancor oggi sotto ogni punto di vista.
Nella riunione tenutasi presso il Comando della 15a Panzer, avevo avuto occasione di conoscere il Comandante l’artiglieria di quella Divisione, il Co!. Kraseman, e 2tvevo preso accordi con lui per uno scambio di vedute su alcune questioni inerenti alla organizzazione del fuoco dei nostri gruppi. L’ indomani, infatti, mi recai col mio ufficiale addetto all’ ufficio tiro dal Co!. Kraseman, il cui Comando trovavasi in prossimità della spiaggia nella zona di Sidi Abd el Rahman e fummo ricevuti in un grosso autobus, interrato, mimetizzato ed attrezzato ad ufficio.
Col Kraseman erano il suo aiutante maggiore, il suo Ufficiale addetto all’ ufficio tiro, ed un soldato che fungeva da interprete: tutti e quattro ben rasati, in maniche di camicia, pantaloncini corti e scarpe basse. Ci fu subito offerto the con biscotti (di preda bellica) e marmellata; poi esaminammo le questioni tecniche che avevano motivato quella visita e mentre i nostri Ufficiali riportavano sopra un grafico gli accordi che avevamo presi, il Colonnello ed io ci scambiammo impressioni sulla guerra che si combatteva in Africa e parlammo anche delle nostre famiglie e delle nostre aspirazioni.
Il Kraseman aveva moglie e due figli; la moglie viveva a Berlino col figlio minore, di sedici anni, studente; 1′ altro figlio era sottotenente di artiglieria nello stesso reggimento comandato da suo padre e trovavasi allora in servizio di collegamento con la fanteria. Il Colonnello aveva partecipato alle campagne di Polonia e di Francia e trovavasi in Africa Settentrionale da 20 mesi. Sperava di ottenere presto una licenza, che intendeva trascorrere con la moglie e i figli ad Abazia, e si augurava di potersi trasferire al più presto col reggimento ad Alessandria di Egitto, per vivere una vita un po’ meno incomoda di quella del deserto, “ma – soggiungeva – questi inglesi ci stanno troppo bene ad Alessandria e al Cairo, perciò non sarà facile impresa allontanarli”.
Accennando al lavoro che gli davano le pratiche d’ufficio, si espresse con la frase: “C’est la guerre des papiers”: per cui mi consolai pensando che … tutto il mondo é paese.
Trattava i due simpatici e gioviali suoi subalterni, come suoi figliuoli e si compiaceva sen-tir parlare il suo aiutante maggiore della “jolie demoiselle” che aveva ospitato ed infiammato il Tenente durante la permanenza di costui in Francia.
Dopo circa un’ora ci lasciammo lieti della piacevole e cordiale conversazione.
Come nella 15a Panzer, cosi presso tutti i Comandi del!’ Afrika Corps prestavano servizio numerosi interpreti di lingua italiana, tutti oriundi della provincia di Bolzano, diventati poi per opzione cittadini del Reich, in conseguenza degli accordi intervenuti nel 1939 tra Italia e Germania circa gli allogeni dell’Alto Adige. Alcuni di lo, equiparati ad Ufficiali, erano distaccati presso i nostri Comandi di Corpo d’Armata e Comandi di Divisione con la qualifica di Ufficiali di collegamento. Essi vivevano la stessa vita degli Ufficiali italiani addetti a quei Comandi e potevano senza difficoltà recarsi tra i nostri reparti; erano in collegamento telefonico diretto col Comando germanico che li aveva distaccati e si recavano assai spesso a rap-porto dal loro Comandante germanico, il quale perciò era tenuto costantemente al corrente di tutto ciò che si faceva, si diceva, si pensava da noi. Trasmettevano e chiarivano al Comando italiano gli ordini impartiti, magari sotto forma di suggerimenti, dal Comando germanico, che di solito era un Comando collaterale a quello italiano e pretendevano che l’esecuzione di tali ordini fosse pienamente conforme agli intendimenti del Comandante germanico; per cui da noi si diceva che il vero Comandante della Divisione non era Bitossi, ma l’ufficiale di .collegamento tedesco.
Noi non disponevano di un analogo servizio presso i Comandi di Divisione germanici; perciò quel cosiddetto servizio di collegamento era una organizzazione capillare di spionaggio che noi dovevamo subire senza alcuna contropartita.
Dopo la prima meta di settembre, mentre l’attività delle forze terrestri si era assai ridotta, permaneva invece abbastanza intensa l’attività esplorativa delle opposte aviazioni. Essa dava spesso luogo a combattimenti aerei, e raffiche di mitragliatrici crepitavano di tanto in tanto nell’aria, investendo talvolta anche coloro che se ne stavano col naso in su a guardare l’esito del combattimento.
Se l’aereo inseguito non riusciva, con acrobatiche virate, a sottrarsi all’attacco, veniva di solito colpito nel serbatoio del carburante e allora, dopo aver sprigionato dal serbatoio una piccola fiamma, procedeva ondeggiando e segnando l’aria con una scia di fumo, oppure perforava verticalmente l’atmosfera come un fuso fumante e si abbatteva al suolo. Un’improvvisa fiammata e una grossa colonna di fumo ne segnavano nel deserto, anche da grande distanza, il luogo dell’olocausto. In confronto degli aerei che soccombevano in seguito a combattimento aereo, assai pochi erano quelli che venivano abbattuti dalla nostra artiglieria contraerea.
Il 10 ottobre cadde in prossimità della zona di schieramento del 332° Gruppo da 100/17 un aereo tedesco proveniente dalle linee inglesi e a poca distanza da esso stramazzö al suolo, per il mancato funzionamento del paracadute, il corpo del pilota: era il Capitano Marseille, medaglia d’oro ed asso dell’aviazione germanica.
Verso la metä di ottobre l’aviazione inglese cominciö a martellare i nostri campi d’aviazione meno lontani dal fronte, e anche l’artiglieria si fece pii attiva, sottoponendo successiva-mente lunghi tratti del nostro schieramento di fanteria a brevi ma violenti concentramenti, mediante una manovra di fuoco magistralmente condotta.
Per l’osservazione del tiro di artiglieria, che presentava serie difficoltà nel terreno piatto della zona centrale della stretta, gli inglesi si servivano di altane, ben visibili anche da noi e probabilmente simili ai carri—osservatorio, che erano stati sperimentati in alcuni nostri reggimenti dopo la prima guerra mondiale e dei quali – non so per quale motivo – non s’era poi sentito pii parlare.
Da parte nostra, che non usavamo “altane” n altri mezzi analoghi, permaneva la difficoltà di osservazione del tiro; né veniva utilizzata a tale scopo l’osservazione aerea, benché in tempo di pace si fosse fatto, nelle scuole di tiro di artiglieria, tanto sciupio di tempo, di energie e di carburante nelle cosidette esercitazioni di aereo-cooperazione. Le rnoda1itt che venivano seguite in quelle esercitazioni, non potevano trovare applicazione su un campo di battaglia, ove 1′ aviazione nemica era preponderante e la reazione contraerea era assai violenta.
Intorno alla metä di ottobre si fecero frequenti le incursioni notturne, sulle nostre retrovie, di camionette blindate, aventi a bordo quattro o cinque uomini armati di fucile mitragliatore e talvolta a rimorchio un cannoncino. Esse si portavano a tergo del nostro schieramento attraversando la depressione del Qattara in zone di meno difficile percorribilità; e col favore delle tenebre scorazzavano per le nostre retrovie, mitragliavano e cannoneggiavano automezzi isolati ed anche intere autocolonne, mettevano lo scompiglio dovunque comparivano e nella notte stessa si dileguavano nel deserto.
Presso a poco nella stessa epoca un grosso reparto nemico (förse un battaglione) si infiltrö nelle posizioni presidiate dalle truppe della “Folgore”. Queste, senza sparare un colpo, lasciarono che il reparto si addentrasse tutto entro le loro linee, poi aprirono improvvisamente il fuoco, lo circondarono e lo costrinsero ad arrendersi. Per la bravura ed il sangue freddo dimostrati in quella circostanza la “Folgore” meritö l’elogio del Gen. Rommel e fä citata dal bollettino del nostro Comando supremo.
Agli inizi dell’ultima decade di ottobre l’aviazione nemica si fece assai aggressiva. Centinaia di aerei si portavano incessantemente sui nostri campi di aviazione dell’A.S., li spezzonavano, mitragliavano gli apparecchi al suolo, ingaggiavano battaglia con quelli che si levavano in volo, e anche se subivano perdite, perdite ancor pii dure infliggevano a noi. Era quella un’offensiva aerea, che tendeva a falcidiare la nostra aviazione, già palesemente inferiore a quella nemica, che evidentemente preludeva ad un’ imminente offensiva terrestre.
Eppure, proprio in quei giorni ci giunse l’ordine di organizzare cerimonie per il 28 ottobre, anniversario della marcia su Roma, e pochi giorni prima ci erano giunte circolari per l’invio in licenza degli universitari e richieste di elenchi di militari da proporre per il rimpatrio, avendo compiuto 36 mesi di permanenza in reparti operanti. Ed in quei giorni si allontanö dall’A.S. Rommel, per conferire con Hitler, e la sera del 23 ottobre morì, si disse di apoplessia, il suo capo di stato maggiore, Gen. Stumme.
La giornata del 23 ottobre trascorse meno agitata delle precedenti; anzi, dopo il tramonto, subentrö in tutto il fronte una calma tanto assoluta, che suscitö in noi una strana impressione di isolamento e di vuoto. Quando ci recammo a cena, la luna, che si era appena levata, sfiorava di blanda luce il deserto. La sera era mite e silenziosa.
Ma alle 20 tutto l’arco di orizzonte sottostante al disco lunare si accese di bagliori rossastri e rintronö di boati e di schianti; razzi verdi di allarme si accendevano lungo tutta la linea; col rombo degli aerei, anche il cielo si animö, l’oscurità della notte svanì, lacerata dalla luce accecante dei bengala.
In quella notte pattuglie di fanteria ed unità corazzate nemiche varcati i nostri campi minati, irruppero nella nostra posizione di resistenza e ne sbaragliarono la fanteria. La rapidità di quel successo iniziale dipese essenzialmente dai formidabili concentramenti di fuoco dell’artiglieria nemica, i quali sopraffecero la nostra fanteria posta a difesa dei varchi; immobilizzarono quella schierata nella posizione di resistenza, disturbarono sensibilmente la nostra artiglieria interrompendone i collegamenti e la resero incerta e disorientata.
Il mattino successivo riapparvero gli “Squadroni bianchi”, che non avevamo piö visto dai primi di settembre. Erano formazioni di due, tre e talvolta anche quattro squadriglie da bombardamento, costituite ciascuna di 18 apparecchi. Solcavano il cielo, circa ogni mezz’ora, su tre file serrate, e rovesciando su di noi torrenti di ferro e di fuoco, causavano stragi, distruzioni, terrore e stendevano sul campo di battaglia una spessa coltre nebulosa, dalla quale emergevano qua e la giganteschi funghi di fumo, dovuti all’ esplosione dei serbatoi di carburante dei carri armati colpiti. Non esistendo nel deserto alcuna protezione deprimevano anche gli animi pii temprati ed offrivano la più vistosa dimostrazione della prevalenza che le macchine hanno avuto in questa guerra sulle forze dello spirito.
L’aviazione dell’Asse, benché malconcia dopo i duri salassi subiti nei giorni precedenti, si prodigava con spirito di sacrificio veramente eroico; tuttavia non riusciva ad attenuare l’offesa aerea nemica, perché urtava contro un’aviazione più numerosa e più perfezionata e contro una reazione contraerea violentissima. In occasione di una incursione sulle più avanzate truppe nemiche, effettuata poco dopo il tramonto da una formazione di Stukas, constatammo noi stessi quanto fosse formidabile la difesa contraerea nemica, perché le scie luminose dei proietti traccianti ci consentirono di vedere la barriera di fuoco che si opponeva all’azione degli Stukas, e che sembrava sbarrasse l’orizzonte come una fitta rete incandescente.
Per il successivo scardinamento della nostra organizzazione difensiva, il nemico seguì, di massima, questa linea di condotta: di giorno distruzione dei nostri carri, delle nostre artiglierie, dei nostri automezzi, dei nostri collegamenti, mediante bombardamenti aerei e terrestri; di notte, penetrazione sempre più profonda nel nostro schieramento, mediante 1′ azione coordinata della fanteria e dei carri. La penetrazione nel nostro schieramento veniva effettuata da truppe, prevalentemente australiane, dotate di spiccata attitudine al combattimento notturno, ed era agevolata dallo stato di disorganizzazione in cui si trovavano i nostri reparti dopo i bombardamenti subiti nelle ore diurne, e dall’ oscurità, che é sempre fonte di sorprese per chi costretto a subire l’iniziativa altrui. Tuttavia il nemico progrediva lentamente, a causa della tenace resistenza e dei continui contrattacchi delle truppe dell’Asse e forse anche per suo stesso deliberato proposito, premendogli tenerci agganciati quanto più possibile alla stretta di Alamein, per aver sotto mano il maggior numero di nostri carri, di nostre artiglierie e di nostri automezzi da annientare con i suoi bombardamenti, e per toglierci quindi ogni possibilità di organizzare in posizione più arretrata un nuovo schieramento difensivo.
1 carri nemici usavano proietti al fosforo, i quali incendiavano 1′ ambiente dove esplodevano e quindi, di solito, o mettevano fuori combattimento tutto l’equipaggio del carro colpito o, infiammando il carburante, provocavano la distruzione completa del carro. I nostri carri e quelli tedeschi non disponevano di proietti di tanta efficacia; inoltre la corazza dei nostri carri veniva facilmente perforata dai proietti dei carri nemici. Perciò in ogni contrattacco, le unità corazzate dell’Asse, anche quando riuscivano a far sloggiare l’avversario da alcuna delle posizioni più avanzate raggiunte da esso nella notte, subivano sempre perdite assai gravi, e poiché all’inizio dell’offensiva il rapporto tra le forze corazzate dell’Asse e quelle inglesi era di circa uno a quattro, ogni nostro contrattacco faceva aumentare tale sperequazione.
Nei giorni precedenti all’offensiva, con l’ausilio della ricognizione aerea il nemico era riuscito ad individuare abbastanza bene la posizione di quasi tutte le nostre batterie; perciò poté poi svolgere un’ azione assai efficace di controbatteria e procurare alla nostra artiglieria gravi perdite in uomini e materiali. Ma la crisi della nostra artiglieria dipese soprattutto dalla interruzione dei suoi collegamenti. Nella stessa prima notte dell’ offensiva, tutte le pattuglie di artiglieria che si trovavano in collegamento con la fanteria furono uccise o catturate; i collegamenti a filo tra Comandi di gruppo e rispettivo Comando di settore e tra Comandi di gruppo e rispettivo Comando di reggimento o di raggruppamento di artiglieria furono tutti interrotti; i collegamenti radio furono fortemente disturbati; per cui i gruppi vennero a trovarsi isolati e dalla fanteria e dai Comandi di settore e dai Comandi di reggimento o raggruppamento di artiglieria. Né vi fu un miglioramento di situazione nei giorni successivi, perché il personale che veniva incaricato di riprendere contatto con la fanteria, o cadeva sotto il fuoco dell’ artiglieria o dell’aviazione prima di raggiungere la destinazione che gli era stata assegnata, o se riusciva a raggiungerla, veniva dopo breve tempo travolto con la fanteria; quello poi incaricato di riattivare i collegamenti telefonici, per quanto si prodigasse con straordinario spirito di sacrificio, compiva una vera fatica di Sisifo, perché i collegamenti riattivati venivano dopo brevissimo tempo interrotti nuovamente dal fuoco nemico. Perciò i nostri comandanti di gruppo dovettero agire quasi sempre di iniziativa e basare la loro iniziativa esclusivamente su ciò che potevano vedere o intuire dai loro posti di osservazione; pertanto il fuoco della nostra artiglieria veniva talvolta a mancare dove era necessario, talvolta non era tempestivo ed in complesso non aveva sulle vicende della lotta quel peso che sarebbe stato desiderabile.
Dei cinque gruppi del mio reggimento, quello che ebbe a subire le maggiori perdite e le pii fortunose peripezie fu il 29° da 88/55.
Fin dalla prima notte dell’ offensiva nemica quel gruppo venne a trovarsi scoperto, perché la fanteria della Divisione “Trento” che teneva la linea antistante, non aveva resistito all’ urto nemico. Ma il giorno seguente, il IV Battaglione carri medi 41 si portö avanti alla zona di schieramento del 29° Gruppo ed il! Battaglione del 115° Reggimento germanico di fanteria vi costituì alla meglio una nuova linea. Il mattino del 25, in compagnia del Capitano Consoli e del Tenente Alvisi, mi recai al Comando del 29° Gruppo per, rendermi conto, “de visu” di ciò che là accadeva. Su tutta quella zona di schieramento – che era stata perfettamente individuata dal nemico, perché, come ho già detto, il gruppo assolveva anche compito contraereo – piovevano ininterrottamente centinaia di colpi di artiglieria. 1 feriti erano tanto numerosi, che l’Ufficiale medico non riusciva a porgere loro le cure più urgenti, e numerosi erano anche i morti. Due pezzi erano stati colpiti e messi fuori uso; una riservetta per munizioni era scoppiata; una decina di automezzi erano stati resi inefficienti. Tutti i collegamenti, compresi quelli tra Comando di gruppo e batterie dipendenti erano quasi sempre interrotti, malgrado l’abnegazione del personale addetto alle trasmissioni. Difficoltosissimi, per non dire impossibili erano i rifornimenti. Il personale seguitava ad attendere alle proprie mansioni, ma Appariva fisicamente esausto e moralmente scosso.
Da tali constatazioni, dedussi che, data la violenza e la persistenza del tiro del fuoco nemico, tutto il personale e tutti i materiali del gruppo sarebbero stati messi in breve tempo fuori combattimento, e data la vicinanza e la evidente precarietà della linea imbastita dai tedeschi, il gruppo sarebbe presto caduto nelle mani del nemico. Perciò, appena ebbi fatto ritorno al Comando del reggimento, proposi al Comandante la Divisione di spostare il gruppo in zona pi1 arretrata, facendogli anche presente che da una zona meno esposta il gruppo avrebbe potuto adempiere convenientemente i suoi compiti. Ma la mia proposta non fu accolta, perché – diceva il Comandante la Divisione – non conveniva dare I’impressione che anche l’artiglieria di seconda schiera fosse costretta a ripiegare.
Devesi perö osservare che i gruppi del mio reggimento, benché appartenenti ad una Divisione di seconda schiera, erano tutti proiettati in avanti, ad uno o al massimo due chilometri da quelli della Divisioni di prima schiera.
Comunque, il Comandante la Divisione non volle sentir parlare di arretramento; mentre pretese che i pezzi messi fuori uso fossero subito trasportati indietro, per essere poi versati al pii vicino magazzino di artiglieria, il quale, per, trovavasi in …. Cirenaica.
A mezzo, apparsa una minaccia di mezzi blindati e corazzati nemici, il IV Battaglione carri mosse all’attacco e respinse il nemico, ma perde 18 carri con i relativi equipaggi e fu ferito anche il Comandante del battaglione, Ten. Col. Casamassima. Il comando del battaglione fu assunto dal Cap. Dino Campini. Quella stessa sera uno dei pezzi del 29° Gruppo messi fuori uso fu trasportato ad occidente della Pista Rossa, in zona isolata ed alquanto sopraelevata rispetto al terreno circostante, donde, a causa dei successivi eventi bellici, non fu pi1 mosso e dove förse…. si trova tuttora. Quel pezzo era stato colpito nelle orecchioniere, mentre stava eseguendo un tiro contraereo; perciò era rimasto con l’affustino contorto e la lunga bocca da fuoco rivolta in malo modo verso il cielo. Abbandonato in tale posizione su quella piccola altura isolata in mezzo al deserto, esso sembrava esprimere con plastica efficacia l’angoscia e la rabbia contro l’avverso destino dei combattenti di Alamein, i quali dopo esser giunti quasi alle soglie di Alessandria d’Egitto, si vedevano ora respinti per cammino opposto ed irto di incognite.
Per rinsanguare i quadri del 29° Gruppo, che aveva perduto circa un terzo dei suoi Ufficiali, vi destinai uno dei migliori Ufficiali del Comando del reggimento, il Ten. Archimede Bellora, il quale già varie volte mi aveva espresso il desiderio di essere trasferito ad un gruppo ove riteneva di poter esplicare attività pii consona al suo carattere dinamico ed entusiasta. Dal Comandante del gruppo egli fu incaricato delle funzioni di capo—pattuglia o.c. e destinato all’osservatorio di q. 33, sito a circa un chilometro avanti la zona di schieramento. del gruppo. La notte successiva si delineö un attacco nemico, ed il Ten. Bellora, per meglio scrutare attraverso l’oscurità, si spinse da solo per qualche centinaio di metri oltre l’osservatorio, ma là fu colpito a morte da scheggia di granata. La notizia della sua fine suscitö nel mio animo profondo rimpianto. II baldo aspetto di quell’Ufficiale, fiorente di giovinezza, e rimasto indelebilmente inciso nella mia memoria.
Il giorno 27, con un violento attacco, numerosi mezzi blindati leggeri avversari giunsero fin sulla linea del 1 Battaglione del 115° Germanico; ma il fuoco del 29° Gruppo, del IV Battaglione carri e della l Batteria del 556° Gruppo semovente, che il giorno precedente era giunta in appoggio del battaglione carri, fece strage di camionette e riuscì ad arrestare l’avanzata. In quel giorno l’azione dell’artiglieria nemica in quel settore del fronte divenne, se lo poteva ancora divenire, rabbiosa. Il nemico aveva capito di non avere di fronte grandi forze e si accaniva per eliminarle.
Il giorno 28 le forze corazzate che coprivano il 29° Gruppo ebbero l’ordine di recarsi nella zona di A.P. 453 a disposizione del III Battaglione del 550° Reggimento germanico ed il 29° rimase protetto soltanto da poca fanteria. Nel tardo pomeriggio mi fu consegnata da un portaordini del 29° Gruppo questa comunicazione: “28-10-XX/ore 13.55. Qui é un inferno. Ancora un morto ed un ferito gravissimo al solo Comando di gruppo (non so per le batterie) in questo momento. Penso che non sarà possibile caricare il gruppo se non con perdite ingentissime. Chiedo decisioni in merito. 1 carri armati e i semoventi si sono ritirati. F.to: Ten. Col. Giorgio.”
Si stava ormai verificando per il 29° Gruppo la disperata situazione, che avevo previsto fin dal giorno 25. Data la violenza del fuoco nemico, 1 ‘esiguità delle forze superstiti del gruppo e i danni subiti dai suoi mezzi di traino, ormai non era più possibile portare in salvo neanche le sue poche artiglierie ancora efficienti; tanto pii che i cannoni da 88/55, essendo materiale contraereo, avevano peso notevolmente superiore a quello delle normali artiglierie di pari calibro e richiedevano complesse manovre di forza per esser tolti dalla loro installazione ed esser messi in posizione di traino, specialmente nel terreno accidentato e sconvolto, nel quale era schierato il 29° Gruppo.
Infatti, in quella stessa sera, fanteria e carri nemici occuparono la zona di schieramento del gruppo e catturarono gran parte del personale. Ma alle prime luci del giorno seguente, (29 ottobre), il IV Battaglione carri, con l’appoggio della 1a Batteria del 556° Gruppo semovente, irruppe tra i cannoni anticarro posti dal nemico a difesa della posizione, riconquistö i pezzi, liberö gli artiglieri che il nemico non aveva ancora sgombrato e catturö circa 300 australiani. Nel pomeriggio, quando il battaglione carri dové portarsi in altra zona, la fanteria tedesca imbasti un velo di copertura a poche centinaia di metri avanti la zona di schieramento. In quella giornata gli “Squadroni bianchi” bombardarono 34 volte le nostre posizioni.
Sull’imbrunire giunsero al Comando del reggimento i superstiti del 29° Gruppo: il Comandante del gruppo, uno dei due comandanti di batteria (l’altro, il Ten. Vincenzo Formicola, nell’ andirivieni di carri attraverso la zona di schieramento del gruppo, era stato investito da un carro tedesco ed era rimasto schiacciato sotto i cingoli), qualche altro ufficiale ed una ventina di militari di truppa. Erano irriconoscibili.
La stanchezza, la mancanza di nutrimento e soprattutto le tremende impressioni di quelle giornate avevano impresso tracce profonde sui loro volti. Il Comandante di batteria aveva gli occhi fuori dalle orbite, le pupille estremamente dilatate. Tutti furono di poche parole e presero pochissimo cibo; poi si posero a giacere sulla sabbia, all’aperto, e dormirono profondamente tutta la notte, insensibili alla luce dei bengala, al rombo degli aerei, al boato delle artiglierie, allo scoppio dei proietti.
La sera successiva, 30 ottobre, per ordine del Comandante la Divisione, essi rinomarono nella zona di schieramento del gruppo, per tentare di portare in salvo i pezzi – un paio se ben ricordo – ancora efficienti.
Impresa ormai disperata, data la situazione contingente.
L’indomani mattina, 31 ottobre, coi Capitani Montalto e Consoli mi diressi in autovettura a quella zona di schieramento. Il terreno ad est della Pista Rossa era tutto continuamente battuto dall’artiglieria e con tanta maggiore intensità, quanto pii ci si avvicinava al 29° Gruppo. Tuttavia il Cap. Montalto, che era al volante, e sembrava possedesse la facoltà di intuire dal sibilo dei proietti il loro esatto punto di caduta, riusciva sempre a schivarli, col far compiere all’ autovettura acrobatiche giravolte.
Ad un paio di chilometri dal 29° Gruppo c’imbattemmo in due camionette, su una delle quali erano quattro australiani e due tedeschi e in vicinanza dell’altra erano un ufficiale ed un soldato germanici ed un ufficiale inglese. Quest’ultimo, giovane sui 25 anni, di statura prestante, barba rasa e uniforme in ordine, passeggiava su e gii vicino alla camionetta. Ci fermammo anche noi e il Cap. Montalto, che conosceva bene la lingua inglese, gli rivolse alcune domande. Egli era Tenente in un reggimento australiano, ma era nato a Londra ed era stato fatto prigioniero la notte precedente; invitato a farci conoscere le sue impressioni sull’andamento delle operazioni, con tutta serietà, rispose: “Va male per noi”. La durezza della lotta e soprattutto la sua condizione di prigioniero gli avevano falsato il giudizio sulla situazione bellica e lo avevano reso pessimista.
Dopo non incontrammo pi1 ne un soldato ne una macchina, ma solo carcasse di autocarri bruciati e rari carri M. 14, che sembrava fossero stati lì abbandonati. Avemmo l’impressione che tra noi e il nemico non ci fosse che il vuoto.
Infuriando il fuoco di artiglieria, ci avvicinammo ad uno di quei carri per cercare riparo e con gran sorpresa sentimmo parlottare dall’ interno.
Al nostro richiamo si apri lo sportello e fecero capolino l’uno dopo l’altro due Sottotenenti e un soldato carristi; poi uno dei due Ufficiali scese dal carro e si trattenne con noi. Erano tutti e tre del IV Battaglione carri, ridotto ormai a pochi mezzi e incaricato di tener testa a dense formazioni corazzate nemiche, che si scorgevano alla distanza di un paio di chilometri al massimo. Uno dei due Ufficiali aveva avuto il proprio carro incendiato e nel carro nel quale aveva preso posto sostituiva il tiratore che era stato ferito. Da una settimana non avevano più avuto riposo, e non si nutrivano che di pane e carne in scatola, per cui gradirono molto del caffè e della marmellata, che offrimmo loro.
Quando il fuoco dell’artiglieria si fu attenuato, proseguimmo e dopo una decina di minuti giungemmo alla zona di schieramentö del 29° Gruppo.
Era deserta e sconvolta come un paesaggio lunare e cosparsa di coperte da campo, di pastrani giallastri, di cappelli alla boera, di scatole di vettovaglie in conserva, di pacchetti di sigarette che portavano impresse su ambedue le facce una grossa V (Victoria): vestigia di un bivacco frettolosamente interrotto. Qua e lä emergevano solitarie dai parapetti delle loro installazioni le lunghe bocche da fuoco da 88 e benché da esse non partisse più un colpo, il nemico seguitava a tempestarle con la sua artiglieria: bioccoli di fumo aureolavano le postazioni.
Aggirandoci tra buche e camminamenti, chiamammo più volte ad alta voce il Comandante del gruppo; finalmente ci sentimmo rispondere, ma con un suono gutturale, che certamente non era stato emesso da un italiano. Eravamo andati a finire entro le linee inglesi. Ci guardammo senza profferir parola, interrogandoci con lo sguardo sul partito da prendere; quando vedemmo emergere da una vicina trincea un elmo tedesco e in pari tempo sentimmo sibilare rabbiosa sul nostro capo una salve di batteria, che, distolta dalla nostra mente qualsiasi incertezza, c’indusse a precipitarci immediatamente nella trincea. Alcuni fanti tedeschi che erano lä riparati, c’indicarono la postazione nella quale stavano lavorando gli artiglieri del 29° Gruppo.
Percorrendo la trincea, sul cui orlo frusciava di tanto in tanto sabbia sollevata dallo scoppio di colpi, giungemmo dopo pochi minuti alla postazione indicataci dai tedeschi e lä infatti trovammo il Comandante del gruppo, un Tenente Comandante di batteria, un paio di sottotenenti, un sottufficiale e sei o sette militari di truppa. 1 rimanenti uomini del nucleo che aveva trascorso con noi la notte dal 29 al 30 e la giornata del 30, in parte erano stati inviati al carreggio dal Comandante del gruppo, in parte erano rimasti feriti mentre si recavano alla zona di schieramento o mentre si trovavano nella zona stessa e avevano cercato di raggiungere a piedi o con eventuali mezzi di fortuna un ospedaletto da campo o un posto di medicazione.
Anche tra i militari che stavano lavorando intorno al pezzo vi era un ferito; ma questi, fasciatasi alla meglio la ferita lacero—contusa riportata da scheggia di granata all’avambraccio sinistro, aveva preferito rimanere col suo Comandante di gruppo.
Quello sparuto gruppo di uomini attendeva con impegno al lavoro intrapreso, ma era costretto ad adottare mille precauzioni, per tenersi occultato all’osservazione degli aerei, i quali volavano a quota bassissima, e all’osservazione terrestre, ormai assai vicina, e per tenersi riparato, dai colpi di artiglieria, di pezzi anticarro e di mitragliatrici, che battevano frequentemente l’orbo del parapetto della postazione. Perciò il lavoro procedeva con estrema lentezza.
A non più di trecento metri avanti la postazione, uomini di una pattuglia tedesca, armati di tutto punto, si muovevano chini e con circospezione or di qua or di lä lungo una specie di argine, probabilmente per seguire attraverso le anfrattuosità del terreno le mosse di qualche vicina pattuglia nemica. Dunque, quella che era stata la zona di schieramento del 29° Gruppo, era ormai diventato il terreno d’azione delle più avanzate pattuglie di fanteria. Quale probabilità potevano avere quei pochi superstiti del 29° Gruppo di portare a termine la loro opera? Non erano essi stessi votati alla morte o quanto meno alla prigionia? Tuttavia non potevano allontanarsi: l’ordine del Comandante la Divisione era stato categorico. Dopo esser rimasto con loro circa un’ora, li lasciai con la certezza che non li avrei pii riveduti.
Difatti non li ho pii riveduti.
11 332′ Gruppo, del quale – come ho già detto – faceva parte anche la batteria da 88 di p.b., perdette il Comandante di questa batteria nella stessa prima notte dell’offensiva, sorpreso nell’osservatorio di q. 28 da una pattuglia nemica e da questa fatto prigioniero. Quel Comandante di batteria era il Sottotenente Fenoglio, un caro ragazzo di appena vent’anni, dimesso dall’Accademia di Torino soltanto da quattro mesi, entusiasta della carica che copriva, dotato di audacia che rasentava la temerarietà. Dopo l’attacco nemico del 25 luglio egli ed un gruppetto di altri militari del 3° Artiglieria celere erano rimasti per quattro giorni entro le linee inglesi, sempre nascosti in una buca, dalla quale uscivano soltanto di notte, per provvedersi di acqua e di cibo, che asportavano dagli autocarri adibiti al trasporto dei viveri. Quando poi gli inglesi, per accorciare la lunghezza del fronte ebbero spontaneamente arretrato di qualche chilometro la loro prima linea, quei nostri militari fecero ritorno al reggimento.
In quella circostanza il Sottotenente Fenoglio, come la quasi totalità dei militari del reggimento, aveva perduto tutto il suo corredo, rimanendo soltanto con gli indumenti che aveva indosso: una camicia, un paio di mutande, un paio di calzoncini e un paio di sandali. Ed esclusivamente questi indumenti egli aveva seguitato ad indossare nei mesi successivi. Per questa sua francescana povertà e per la sua spensierata audacia, ogni qualvolta m’imbattevo in lui, mi tornava alla mente la simpatica figura di Fanfulla.
Il mattino del 29 imponenti forze nemiche si ammassarono avanti la zona di schieramento del 332° Gruppo, ove la linea era tenuta dal XXIII Battaglione bersaglieri della Divisione “Littorio” e da reparti del 115° Reggimento granatieri germanico. Il giorno 30 il nemico attaccò e travolse la nostra fanteria. Nella notte dal 30 al 31 pattuglie australiane s’infiltrarono tra le batterie del 332° Gruppo, le scompigliarono, fecero morti e prigionieri. Il Cap. Lussiana, Comandante del gruppo, sorpreso da due australiani nella buca ove aveva il posto di comando, li mise in fuga col lancio di bombe a mano e riuscì a sfuggire alla cattura. Quando poi le pattuglie si furono allontanate, raccolse personale superstite e, ricuperati i pezzi da 100/17, li portö in salvo in prossimità del Comando del reggimento. Io, che lo ritenevo ormai prigioniero con tutto il suo gruppo, quando lo vidi arrivare alla testa delle sue batterie, non potei fare a meno di stringerlo tra le braccia e di baciarlo. Purtroppo egli non era riuscito a portare in salvo anche la batteria da 88 di p.b., perché questa trovavasi in posizione più avanzata rispetto alle due batterie da 100/17.
Nella giornata del 3 1, grazie all’ intervento del nostro IV Battaglione carri e di reparti della 90a Divisione Germanica, la linea, fu ristabilita presso a poco dove erano prima schierate le batterie del 323° Gruppo.
La giornata del 1° novembre trascorse in relativa tranquillità, disturbata soltanto dai normali bombardamenti aerei e dai tiri di artiglieria, i quali ormai battevano anche la Pista Rossa, dove fino a pochi giorni prima non era mai giunto un proietto di artiglieria.
Nella notte dal 1° al 2 novembre pattuglie nemiche accerchiarono il 554° Gruppo semovente e catturarono gran parte del personale, compreso il Comandante del gruppo; nella stessa notte la 2 Batteria del 554° Gruppo semovente perdé due carri.
All’alba del 2 novembre il nemico rinnovö lo sforzo contro le posizioni antistanti alla zona nella quale erano dislocati il Comando della “Littorio” ed il Comando del 3° artiglieria : celere: posizioni che erano presidiate in primo scaglione dal LI Battaglione carri della “Littorio” e da reparti delle Divisioni germaniche 15a e 21a; in secondo scaglione dal IV battaglione carri, dalla 1a Batteria del 556° Gruppo semovente e dal IX Battaglione carri della
Divisione “Trieste”.
Il LI Battaglione carri fu travolto; un contrattacco della 2P Germanica venne respinto.
Protetti da cortine fumogene, i carri e gli autocarri nemici serrarono sotto, mentre il fuoco dell’artiglieria aumentava con un crescendo indescrivibile. In breve tempo furono distrutti anche i battaglioni carri di secondo scaglione e la batteria semovente e furono feriti i rispettivi comandanti (Cap. Campini del IV, Magg. Verri dell’XI, Cap. Sciortino della batteria semovente).
La situazione era ormai disperata. Dinanzi a noi non si vedeva del fumo e carcasse di carri bruciati e alle nostre spalle neppure 1′ ombra di uno schieramento. Tuttavia il nemico non si decideva a passare.
Passö il giorno dopo più a sud e travolse il 2° Gruppo dei 133° corazzato, del quale soltanto pochi elementi riuscirono a sfuggire alla cattura, tra i quali il Comandante del gruppo. Quest’ ultimo, perö, fä raggiunto da un carro nemico e fatto prigioniero; ma förse perché non si sapeva come trasportarlo, gli furono ritirati i documenti di riconoscimento e fu lasciato in libertä.
Il 3 novembre il Comando della “Littorio” ed il Comando del 3° Artiglieria celere si spostarono circa 7 km. a nord, nella zona di Bir Abu Cubeir, avvicinandosi cosi alla rotabile costiera, a cavallo della quale resistevano ancora reparti corazzati tedeschi. A poca distanza da noi era il Colonnello Kraseman, e poiché dal mio Comando di Divisione non ero riuscito ad avere notizie sulla situazione, pensai di rivolgermi a lui.
Mi recai pertanto al suo posto di Comando insieme al Cap. Consoli e al Ten. Alvisi e trovai Kraseman assai preoccupato della sorte di suo figlio, che era morto o caduto prigioniero, e della sorte di uno dei suoi gruppi, del quale gli mancavano notizie.
Sostammo per brevissimo tempo dinanzi al suo autocarro-comando; ma mentre egli mi metteva al corrente di ciò che stava accadendo nella zona settentrionale del fronte un aereo, comparso improvvisamente, scaraventö su noi da non più di cinquanta metri. di altezza due spezzoni, dai quali ci riparammo a stento, gettandoci sotto 1′ autocarro. Poi Kraseman sari con due Ufficiali å un carro blindato e si allontanö alla ricerca di quel suo gruppo.
Noi facemmo ritorno alla zona, nella quale avevamo iasciat6 il Comando della Divisione, ma non vi trovammo pii ne un ufficiale ne un soldato.
C’imbattemmo invece in elementi di un ospedaletto da campo, che erano in attesa di un mezzo di trasporto.
Sulla sabbia erano poggiate varie barelle con i corpi straziati di morti e di moribondi e su una di esse giaceva esanime il Tenente Colonnello, Capo di Stato Maggiore della nostra Divisione, con una larga ferita alla fronte e le mani intrecciate sul petto con un Rosario. Un caro collega, attivo, modesto, generoso e padre di quattro figli.
É proprio vero che sono i migliori, quelli che cadono sul campo di battaglia.
Era stato colpito in autovettura da uno spezzone di aereo e con lui era stato colpito l’autista, soldato del mio reggimento. Poco prima noi eravamo passati accanto a quell’ autovettura, ancora chiazzata di sangue e sforacchiata di schegge.
Dal cappellano dell’ospedale apprendemmo che il Comando della “Littorio” si era diretto ad El Dabä e che il Comando del Corpo d’Armata era a breve distanza dalla località nella quale noi sostavamo. Proseguimmo quindi per il Comando di Corpo d’Annata.
Ormai la lotta ferveva in vicinanza della Pista Rossa che 1′ artiglieria nemica tempestava di colpi. Ad ovest della pista erano schierate artiglierie nostre e batterie tedesche e facevano fuoco a celere cadenza; ad est s’intravedevano ad occhio nudo tra il fumo masse blindate nemiche.
Caccia nemici, quasi radendo il suolo, mitragliavano e spezzonavano anche individui isolati, mentre la nostra aviazione era letteralmente assente.
Rintracciato tra le pieghe di una zona ondulata e solitaria il Comando del Corpo d’Armata e avuta conferma del trasferimento dal Comando della Divisione, tomai dove avevo lasciato i resti del mio reggimento e ordinäi che si trasferissero a El Dab; disposi inoltre che una colonnä di autocarri, agli ordini del Capitano Montalto, caricasse la maggior quantità possibile di munizioni dal Posto avviamento munizioni divisionale e le portasse ad El Dabä. Poi io stesso, sempre in compagnia di Consoli ed Alvisi, mi diressi verso quella località.
Ma intanto era scesa la notte e, mentre le tenebre ci toglievano la vista, la stanchezza ci annebbiava la mente. Eravamo isolati e ci sentivamo oppressi dall’incubo di un probabile disorientamento. Nel passare in prossimità di un deposito munizioni autocarrato germanico, decidemmo di trascorrervi la notte.
1 due Tenenti che vi erano preposti, ci accolsero premurosamente, ripartirono con noi la loro parca cenetta e ci fecero anche ascoltare da un piccolo apparecchio radio, musica trasmessa …. dal Cairo.
Solo la tenue voce e la minuscola luce di quella radio interrompevano il silenzio ed il buio, che regnavano per chilometri e chilometri intorno a noi. In lontananza nell’interno del deserto e lungo la costa, penzolavano rare fiammelle rossastre di bengala. Fioco giungeva a noi, di tanto in tanto il rumore della battaglia. La notte era senza luna, ma piena di stelle. L’incanto di quella quiete rese ancora più tormentosa l’angoscia del mio animo.
Verso la mezzanotte ci stendemmo sulla sabbia, per riposare, ma benché gli aerei non ci disturbassero affatto, io non chiusi occhio. Faceva tanto freddo. Trascorsero circa tre ore; poi, sentendo che la battaglia si riaccendeva, mi levai e, avvicinatomi ad un autocarro, dal quale uno dei Tenenti tedeschi stava telefonändo, appresi che quel deposito munizioni doveva subito trasferirsi in località più arretrata. Destai quindi Consoli ed Alvisi e dopo aver ringraziato i colleghi germanici della ospitalità offertaci e aver loro augurato fortuna proseguimmo per El Dab.
Albeggiava. Autocarri, motociclette, autoambalanze, carri blindati, carri armati, tutti sovraccarichi di materiali e specialmente di uomini; si dirigevano confusamente verso ovest. Da est il rumore della battaglia incalzava.
Quando giungemmo a El Dabä, tutte le alture che circondano questa località e si spingono per circa una decina di chilometri Neil’interno del deserto, le trovammo gremite: gremite dei resti di reparti distrutti. Non una linea di fanteria era stata costituita, non una compagnia di carri, né una batteria erano schierate. Era tutto un immenso e caotico accampamento, brulicante di uomini e di macchine, cosparso di tende e di cucine fumanti, continuamente in allarme per le incessanti incursioni di “Squadroni bianchi” e la rapida diffusione delle notizie pi1 catastrofiche e pii contraddittorie.
Verso le 10 mentre ero in autovettura con Consoli e Alvisi, vedemmo dirigersi verso di noi una grossa formazione aerea e qualche istante dopo sentimmo piovere sul nostro capo una pioggia di bombe. Alvisi, che insieme a Consoli si era subito precipitato dalla macchina e steso al suolo, fä ferito da una scheggia alla fronte, ma fortunatamente non ebbe leso il cranio; io, che non mi ero mosso, ebbi l’autovettura investita dalle bombe e sforacchiata di schegge, ma rimasi miracolosamente illeso; Alvisi fä subito trasportato all’ospedale di Bardia dallo stesso Consoli.
Nella zona di El Dabå rimanemmo tutta la giornata del 4 e la notte successiva: una notte agitatissima, sempre sotto l’occhio scrutatore dei bengala e lo sfibrante spezzonamento aereo.
Nella giornata del 5 ci trasferirono in vicinanza di Marsa Matruch e trascorremmo la notte, indisturbati, in località isolata, prossima al mare.
Il mattino del 6 ci accingemmo ad attraversare il campo trincerato di Marsa Matruch, che trovammo presidiato da reparti germanici; ma la strada era interrotta, sbarrata da reticolati e da mine, e nessuna indicazione agevolava le truppe nella ricerca dei varchi. Allora, centinaia e centinaia di automezzi ascesero le falde orientali delle alture di Marsa Matruch, s’incunearono tra i vari campi minati, si snodarono in lunghe autocolonne, le quali, perö, procedendo alla ventura in quel labirinto, talvolta si scontravano, altre volte si intersecavano e mai riuscivano a trovare una via di deflusso verso ovest.
Verso le 8 apparve una grossa formazione di bombardieri. Panico, scrosci di bombe, distruzione di automezzi, macello di vite umane e poi di nuovo ricerca affannosa di un passaggio.
Con la mia autovettura, sulla quale avevano preso posto anche il Ten. Col. Del Duce, il Ten. Bonomo e l’autista, mi diressi al mare e, percorrendo la spiaggia, oltrepassai il campo trincerato di Marsa Matruch.
All’imbrunire raggiungemmo la località di raccolta, indicataci dal Comando di Corpo d’Armata, sita una quarantina di chilometri ad ovest di Marsa Matruch. Qui le tre Divisioni del 200 Corpo d’Armata (la “Littorio” l”Ariete”, e la “Trieste”), riordinati alla meglio i resti dei loro reparti, costituirono uno schieramento difensivo, per dar tempo al presidio dell’oasi di Sina di ripiegare sulla costa ed evitare quindi che esso venisse tagliato fuori dal nemico.
Ma intanto il nostro Comando di Divisione, forse per erronea interpretazione di ordini, aveva proseguito per Sidi Barrani, e con le truppe della Divisione era rimasto soltanto il vice Comandante, il Gen. Pederzini. Quando perö il Comandante del Corpo d’Armata venne a sapere dell’assenza del Comandante della “Littorio”, ordinö al Gen. Pederzini di invitarlo a tornare subito tra le sue truppe, ed il Gen. Pederzini incaricö me di informare il Gen. Bitossi. Verso le ore 23 mi allontanai dunque dal mio reggimento e, sempre con Del Duce, Bonomo e l’autista, mi diressi verso Sidi Barrani.
Lungo la strada costiera e anche fuori strada interminabili autocolonne, costituite in gran parte da elementi tedeschi, si dirigevano verso ovest. Davanti a noi e nell’interno del deserto si vedevano in lontananza fiammelle di bengala e si sentiva il continuo martellare dell’aviazione.
Verso l’una di notte, entrammo in una zona illuminata dai bengala e battuta dagli aerei, lungo la quale tutti gli automezzi accelerarono la velocità, per poterne uscire al pii presto. Nell’atto in cui uno spezzone di aereo scoppiava a breve distanza da noi, un grosso autocarro tedesco, che procedeva in direzione contraria alla nostra, investi l’autovettura e la danneggiö gravemente. M i accinsi allora a scenderne, ma constatai che, la mia gamba sinistra non rispondeva più ai miei impulsi ed in pari tempo sentii alla gamba stessa un dolore tanto acuto, che mi fece perdere i sensi.
Quando rinvenni, mi trovai disteso sopra una barella adagiata sulla sabbia e vidi disteso sopra un’altra barella il Ten. Bonomo. Poi tutti e due fummo caricati sopra un’autoambulanza, già occupata da altri feriti, e sulla stessa presero posto anche il Ten. Col. Del Duce ed il nostro autista. Messasi in moto l’autoambulanza, il mio pensiero si rivolse a mia moglie e ai miei figli e vi si fissö con tanta intensità e persistenza che quasi sentivo accanto a me la loro presenza fisica; a quella tarda ora della notte li vedevo immersi nel sonno nei loro letti, ne sentivo il calmo respiro, ne sfioravo con la mano i capelli.
A Sidi Barrani Del Duce ed il nostro autista discesero; l’autoambulanza proseguì. A Sollum, dove soldati tedeschi regolavano il traffico e dove era in allestimento una linea difensiva, fummo costretti a sostare un paio d’ore. Giungemmo a Bardia verso mezzogiorno e fummo ricoverati in quell’ospedale da campo, ove mi furono riscontrate la lussazione del femore sinistro e ferite lacero contuse al mento e alla guancia sinistra e una leggera ferita alla cornea dell’occhio sinistro.
L’indomani, 8 novembre, fui trasferito all’ospedale di Tobruch e vi giunsi a tarda ora di notte. L’ampio locale nel quale fui collocato era illuminato da una fioca lucerna, pieno di fumo, maleodorante di sangue e di medicinali, zeppo di feriti, alcuni dei quali gemevano in maniera straziante.
Ho tuttora negli orecchi le grida di dolore di un soldato tedesco, ferito gravemente alla schiena, che non desisté mai dall’invocare aiuto, ripetendo senza posa: “Kamerad! Kamerad!”. Durante tutta la notte seguitarono ad affluire autoambulanze stracariche di feriti e aerei nemici si avvicendavano incessantemente su Tobruch e sul suo porto.
Il mattino successivo, 9 novembre, il Colonnello direttore dell’ospedale, dopo avermi visitato, dispose di farmi rimpatriare e intanto mi fece ricoverare in reparto, ove erano soltanto Ufficiali.
Ma nel pomeriggio egli stesso ci comunicö che, a causa della vicinanza delle truppe inglesi, la nave ospedale, attesa per I’indomani, non avrebbe fatto scalo a Tobruch; ci concesse quindi la facoltà di trasferirci con mezzi di fortuna a Tripoli o di rimanere in ospedale, ove sarebbero rimasti anche un ufficiale medico ed un paio di suore fino all’arrivo degli inglesi.
Le mie condizioni fisiche non mi permettevano di mettermi in viaggio sui mezzi di fortuna; perciò, dopo aver pregustato la gioia del rimpatrio dovetti rassegnarmi all’idea della prigionia; la quale mi preoccupava non tanto per i disagi che ne sarebbero derivati a me, ma quanto per le conseguenze che essa avrebbe avuto sulla situazione della mia famiglia. Mi era ben foto, infatti, che alle famiglie dei prigionieri, come a quelle dei caduti, venivano corrisposti dallo Stato mezzi finanziari appena sufficienti a far morire lentamente di fame tutti i componenti la famiglia, qualora essi non disponessero di beni di fortuna o non fossero in grado di procurarsi il pane col loro lavoro. Sotto quest’incubo trascorsi la notte dal 9 al 10 novembre, mentre l’ospedale andava sfollandosi di tutti coloro che si trovavano nella possibilità di portarsi verso la Tripolitania.
Ma nelle prime ore del mattino del 10, si sparse per l’ospedale la voce dell’arrivo in porto di una nave ospedale. Era, infatti, giunta la “Gradisca”. In fretta l’ospedale fu sgomberato; fummo tutti trasportati al porto, collocati sopra una zattera e poi, chiamati nominativamente, sollevati con la barella sulla nave. All’appello ci fu uno che non rispose: gli infermieri ne fecero ricerca tra i feriti giacenti sulla zattera, ma lo trovarono cadavere.

Le immagini sono tratte da A.A.V.V., Caricat! Volòire. 150 anni di Artiglieria a Cavallo, Cavallotti Editori, Milano, 1981