…allo scalpitante rombo metallico delle « Voloire » lanciate al galoppo, l’avvenire pareva aprirsi dinanzi con promettenti luci di felicità e di gloria militare…

Nel quarantennale della morte del grande scrittore e giornalista, pubblico l’articolo che sul Corriere della Sera del 9 settembre 1950 dedicò alla reintroduzione del glorioso Kepì delle Batterie a Cavallo.

Un glorioso cheppì ricompare a Milano

Di ritorno dalla rivista, il Colonnello Comandante entrò nel suo ufficio dove varie pratiche aspettavano sullo scrittoio, benché fosse giornata festiva. Entrava dalla finestra il potente riflesso del sole che batteva sull’immenso cortile della caserma Santa Barbara, ora deserta, mentre i soldati erano al rancio e in quell’aria speciale di domenica la tromba per la terza volta chiamava, con inconsueta svogliatezza, il sergente di giornata della prima Batteria.

Il ritratto del Colonnello Guy

Col. Giuseppe Guy

Il Col. Giuseppe Guy, 9° comandante delle Batterie a Cavallo e 1° Comandante del Reggimento Artiglieria a Cavallo

Era stata proprio una magnifica rivista, la meglio di sicuro che si fosse veduta a Milano dopo la guerra e per alcuni istanti il Colonnello Comandante e pure altri ufficiali del Reggimento non molto più giovani di lui avevano avuto l’impressione di tornare indietro ai lontani tempi quando essi avevano appena un sottile gallone sul berretto e allo scalpitante rombo metallico delle « Voloire » lanciate al galoppo, l’avvenire pareva aprirsi dinanzi con promettenti luci di felicità e di gloria militare.

Col caratteristico senso di disagio che lo prendeva sempre al cospetto delle scartoffie, il Colonnello Comandante si accinse ad esaminare i documenti ordinatamente disposti nella cartella, mentre per la quarta o quinta volta la tromba invocava l’intervento del Sergente di giornata della prima Batteria, evidentemente sparito al centro della terra. Firmate che ebbe due o tre lettere, egli sollevò meccanicamente gli occhi dalle carte fissandoli sul muro di fronte dove pendeva, un po’ sbiadito, il ritratto del primissimo predecessore, signor Colonnello Giuseppe Guy, proprio colui che il 10 novembre 1887 assunse il Comando del Reggimento Artiglieria a Cavallo, in quello stesso giorno costituito nella caserma di porta Vittoria che molti può darsi ricordino (là dove era scritto sul libro imperscrutabile del destino che sarebbe sorto nel secolo XX il tetro e mastodontico sarcofago adibito a palazzo di Giustizia). Il quale Colonnello Guy, senza minimamente scomporsi data la sua natura bidimensionale di ritratto, cominciò a parlare.

«Li ho visti dalla finestra aperta – disse – e non posso negare che con la nuova uniforme i nostri artiglieri sono belli. E’ moderna, come dite voi, deve essere anche comoda, è abbastanza elegante. Lasciamo stare i miei gusti personali rimasti un po’ arretrati com’è logico. Ma anche se questa uniforme non ce l’avessero data gli Inglesi presto o tardi qualche cosa di simile, caro collega, avreste finito per combinare pure voi, spontaneamente. Però, però, che cosa vuoi che ti dica?, assomigliano ben poco ai nostri artiglieri di una volta ».

«D’accordo, perfettamente d’accordo – fece l’attuale Colonnello per nulla stupefatto poiché era anzi sua abitudine.. consultare prima di ogni importante decisione, lo spirito degli antichi Comandanti -. Ma che vorresti fare? I tempi vanno per il loro verso. E’ mai possibile che si torni indietro? ».

«Per mio conto – disse il ritratto eludendo la domanda – per mio conto li vorrei rivedere col cheppì ».

«Col cheppì? Tale e quale una volta? ».

« Tale e quale non so. Cambiateci pure colore, così come l’ha cambiato l’uniforme. Ma che sia sempre (e qui la voce vibrò di un certo pathos) sia sempre il cheppì delle vecchie gloriose Batterie ».

«Dio lo volesse – fu la risposta del Colonnello vivo -. Ma non consideri, caro e illustre collega, ciò che è successo in questi anni? Lo sai a che cosa è ridotto il nostro Esercito? Più che un vero esercito, oggi è un simbolico simulacro, da tanto è striminzito. Ha dovuto ricominciare dallo zero, ce ne vorrà prima che possa rifarsi le ossa. E i soldi sono pochi, ci tocca fare i conti col centesimo. E il Governo ha una quantità immensa di grane spaventose, oltre a quella dell’ esercito. Da ogni parte gli domandano miliardi e tutti hanno ragioni da vendere e lui non sa più a che santo votarsi. Te l’immagini, con questi chiari di luna, che faccia farebbero se io gli parlassi dei cheppì? Mi farei ridere dietro ».

« Forse ti sbagli – disse il ritratto -. Nessuno riderebbe. Fra tante spese inconcludenti che si fanno, questa sarebbe una delle meno stupide. Del resto lo sai meglio di me, caro collega; la forma di un berretto in certi casi può assumere un’importanza misteriosa. Sì, oggi la gente ha quasi vergogna di toccare certi argomenti, come se fossero tabù; ma li toccherebbe volentieri. E questa faccenda del cheppì probabilmente la capirà a volo, senza bisogno di tante discussioni. E nessuno troverebbe da ridire. Prova, caro collega, personalmente ne avrei piacere» .

Eleganza ottocentesca

Stefano Manni, "Tranquilla fierezza",  Caporalmaggiore delle Batterie a Cavallo, uniforme di servizio 1887

Stefano Manni, “Tranquilla fierezza”, Caporalmaggiore delle Batterie a Cavallo, uniforme di servizio 1887

La saggezza di un antico Comandante per quanto anacronistica, non è mai da prendere sotto gamba. E l’attuale Colonnello lo sapeva. Perciò volle provare. E fece una lettera alle superiori autorità.

Giorno e notte le superiori autorità erano assillate da cose gigantesche, un intrico vertiginoso di questioni, la terra, i pensionati, le bonifiche, gli scioperi, la scuola, gli avventizi, tutti problemi da farci sopra i capelli bianchi. Al paragone la richiesta del cheppì per gli artiglieri di Milano era meno di uno sparuto moscerino. Tuttavia nessuno rise, come se nei nudi termini della petizione ci fosse un sentimento antico che si era da qualche anno addormentato e adesso all’improvviso si svegliava.

Quindi tacque.

La burocrazia, come è noto, non ha certo la velocità delle «Voloire», mai la si è vista galoppare ventre a terra, e si può ragionevolmente escludere che il fenomeno abbia a compiersi in futuro. Però sulla richiesta dei cheppì non si depositò la polvere. Era strano: sul mondo sembrava addensarsi la burrasca, i relativi problemi militari si computavano a centinaia di divisioni corazzate, a centinaia di miliardi. La testa delle superiori autorità di ora in ora si gonfiava spasmodicamente per l’urgenza di ciclopici problemi. Eppure in mezzo a tutto questo la minuscola pratica dei cheppì faceva la sua strada, e a nessuno veniva da ridere, tutti anzi ci davano una spintarella volentieri perché arrivasse più velocemente in porto. Quasi che dentro, concentrato in un esile e ingenuo simbolo, fosse racchiusa una generale aspirazione, una specie di nostalgia, speranza inconsapevole.

In breve tempo il progettato ripristino del cheppì al Reggimento Artiglieria a Cavallo «Legnano», reincarnazione delle celebri e prodi Batterie del 3° Celere, diede luogo al suo bravo « fascicolo », di giorno in giorno più nutrito. Il Ministero, prima di decidere, volle sentire il parere di tutti i comandi territoriali; e i comandi risposero di sì, a nessuno sembrando illogica, fuori tempo o snobistica la richiesta di un diverso copricapo.

Immobilizzato nel ritratto e appeso al muro, il primo Colonnello Comandante non poteva assolutamente sorridere, ma ne avrebbe avuto voglia quando nell’autunno scorso arrivarono i primi esemplari di cheppì. Erano pochi appena sufficienti alla guardia d’onore che prestò servizio, addì 4 novembre, intorno al monumento dei Caduti. In quanto agli artiglieri, la loro preoccupazione fu una sola: di accaparrarsi uno di quei cheppì, della misura giusta, per una decina di minuti, e farsi fare la fotografia per spedire alla famiglia.

Che senso avesse quella innovazione essi avevano subito intuito. Per capire non avevano bisogno di discorsi dotti e complicati; la semplice sagoma del nobile berretto diceva molto di più e più chiaramente di qualsiasi celebrazione storica.(Peccato solo – pensarono – che non ci fosse più la lunga coda di crine nero che piaceva tanto alle ragazze e che avrebbe richiesto troppa spesa. Pure il colore – kaki – era diverso dal modello vecchio. Identico nel resto: con la tela cerata sopra, la nappina rossa, la trecciola giallo-oro e la visiera dritta, di pura eleganza ottocentesca).

Questa piccola ed insignificante storia non significa in fondo il ritorno di qualcosa che tutti credevano perduto? Essa avrà la sua felice conclusione domani, domenica, quando per la prima volta i seicento artiglieri del Reggimento usciranno in libera uscita dalla Caserma Santa Barbara col nuovissimo cheppì. E di sicuro non viviamo tempi di spensierata beatitudine, da ogni parte spuntano fuori nuvoloni, i problemi sono ogni giorno più difficili. Non un solo milanese tuttavia giudicherà bizzarro o assurdo che si sia voluto restaurare il vecchio caro cheppì dei tempi andati. Anzi, tutti troveranno giusta e amabile la cosa e ne avranno uno specialissimo piacere. Mentre l’antico Comandante, inchiodato al muro dell’ufficio, vorrà fare due-tre colpi di tosse, come era suo vezzo quando la commozione lo prendeva: ma ai ritratti è proibito tossire. 

Dino Buzzati

dal CORRIERE DELLA SERA del 9 settembre 1950